Giuseppe Granieri
Giuseppe Granieri

Mai, come in questa fase storica, siamo costretti a metterci in discussione. E’ l’effetto dello stato di cambiamento permanente in cui viviamo. Ad ogni livello: tecnico, sociale, culturale, economico. E’ di scarso rilievo, in questa situazione, parlare di “presente” o di “futuro”, semmai bisogna occuparsi dell’accelerazione. Una condizione in grado di lasciare indietro chi non sa (ri)mettersi in gioco. Di continuo. E chi non si sforza di sperimentare, anche sbagliando spesso, rischia di sbagliare una volta per tutte. Questo, in sintesi, il pensiero di Giuseppe Granieri in questa intervista “sul futuro”.
Saggista, editorialista/collaboratore de La Stampa e l’Espresso, oltre che  docente universitario a Urbino, Giuseppe Granieri nel 2008 si era giurato che non avrebbe più scritto un libro, a meno di non farlo in self publishing. «Ma poi ho capito che senza contratto non lo avrei mai scritto» dice. Il titolo provvisorio è “Il futuro è ieri”, l’editore Baldini & Castoldi, e ne tiene una traccia del making of nel suo blog.

Saper leggere i segnali deboli

Sei un praticante del “predictive thinking”. Chi del domani ha fatto una professione – come David Pescovitz, direttore di ricerca all’Institute for the Future – è arrivato ad affermare che parlare del futuro «ha a che fare più con la provocazione che con la predizione». Provocare non significa solo “sfida”, o invito a riflettere, ma è pure “causare” dei cambiamenti. Riflettere sul futuro è dunque anche indirizzarne o, quanto meno, condizionarne lo sviluppo? Oppure è solo cercare di scorgerlo?

«Io non credo sia una questione di predizione, né di provocazione. I fatti sono semplici. Il presente oggi è molto veloce e se vuoi lavorare – o continuare a lavorare – devi tenere conto del fatto che le decisioni che prende oggi una qualsiasi organizzazione (dall’industria culturale alla manifattura) hanno bisogno di tempo per essere applicate. E in questo tempo lo scenario può essere cambiato.
Il “pensiero predittivo”, come lo intendo io, è semplicemente tener conto di questa realtà. E non ha nulla di mistico o di visionario. È semplice prassi: imparare a leggere i segnali deboli, abituarsi a capire che gli scenari semplici, sui problemi complessi, sono sempre sbagliati. Eccetera.
Mestiere, insomma. Non genio o fantasia. Solo mestiere».

Le vecchie regole? Importanti, ma spesso superate

Il futuro ha una storia, magari nascosta in qualche laboratorio o nelle opere visionarie di pensatori, narratori o registi. Eppure oggi, sempre più spesso, ci meravigliamo di fronte al fatto che il nostro presente potesse essere già stato “pensato” (o provocato) tempo addietro. Parimenti, dalla rivoluzione industriale in poi fino all’odierna accelerazione geometrica dell’innovazione, il domani si è progressivamente rivelato (e considerato) sempre più vicino, fino all’attuale mutare sotto i nostri occhi in uno stato di squilibrio permanente. Pensare al futuro, nel 2014, non rischia di tramutarsi ormai – per i più avveduti – in una riflessione sul presente?

«Il problema non è terminologico. Non è questione di presente o futuro. È questione di accelerazione. Rispetto al XX Secolo la nostra cultura sta cambiando continuamente, e molto in fretta. Bruce Sterling diceva qualche tempo fa che 5 anni del XXI secolo sono come 25 nel XX. Io credo, banalmente, che dobbiamo prendere atto di questa velocità.
Soprattutto se non stiamo per andare in pensione e abbiamo ancora 30 o 40 anni di carriera davanti. Dobbiamo abituarci a confrontare le nostre abitudini con il diverso, abituarci a immaginare che le cose cambiano, che le vecchie regole sono culturalmente importanti ma – spesso – praticamente superate.
E non possiamo più smettere di imparare e praticare cose nuove. Ogni giorno che non lo facciamo, qualche collega o qualche competitor ci sorpassa a destra».

Accettare il (rapido) cambiamento antropologico

Pensare al futuro è, per alcuni, un bisogno di fiducia in un imminente domani. Venute meno le grandi ideologie, crollate le rigidità sociali – ma non le differenze socioeconomiche – collassato il mondo, tanto come spazio che come tempo, e imboccata infine una crisi destinata a far epoca sembra restare, di nuovo come in alcune fasi del ‘900, solo la speranza nell’evoluzione tecnologica. Non riprendo l’eterna diatriba tra chi prospetta un futuro disumanizzato e chi nutre una fede religiosa nelle sue capacità salvifiche, ma quale atteggiamento è corretto verso la tecnologia?

«Se cominciamo ad accettare che stiamo vivendo un cambiamento antropologico (il più rapido della Storia, tra l’altro) è già un primo passo. Oggi buona parte della nostra vita (relazioni, lavoro, cultura, competenze) avviene in uno spazio immateriale. Ma se noi continuiamo a pensarci con le vecchie categorie, applicheremo sempre le vecchie soluzioni a problemi che invece sono nuovi.
Io credo che in questo secolo siamo destinati a metterci in discussione ogni giorno, a sperimentare continuamente, a sbagliare spesso. E sbagliare spesso, per poi imparare, è molto meglio che sbagliare una volta sola, restando quelli che eravamo ieri».