“Il futuro non si può predire”. A sostenerlo è David Pescovitz, direttore di ricerca all’Institute for the Future di Palo Alto. E ha ragione. «Gli effetti secondari delle tecnologie sulla struttura sociale, sul business, sulla nazione o qualunque altra istituzione sono imprevedibili» affermava , nel 1963, Henry Boettinger – uno degli uomini di AT&T che formularono la ‘predizione’ sui telefoni del 1962 al centro de “Il futuro è sempre esistito“.

Eppure noi continuiamo a pensare al domani. Anche se in maniera davvero diversa, talora angosciata, talora con la speranza non di una salvifica rivoluzione tecnologica ma di una nostra attivazione in rete. Ci manca sempre più l’orizzonte di un magnifico futuro nel quale a risolver tutto è la tecnologia. E stiamo cercando di sostituire questa attesa con qualcos’altro, magari più costruttivo, del quale essere artefici. E’ un parto della cultura del fai da te e dell’hacking (esercitato non solo nel digitale ma pure sui prodotti Ikea), qualcosa che potrebbe dar speranza a un Paese nel quale il Miracolo si è verificato già una volta. Ma la situazione – tra crisi e scomparsa del futuro – ci corrode.

L’ossessione del domani

Lo stesso Sorrentino, fresco di Oscar, dedicherà all’argomento – ma, attenzione,  alla sua ossessione – il suo prossimo film, con protagonista Michael Caine. Il futuro però, come è stato detto con una frase ormai consunta, non è più quello una volta: le maestre di oggi non potrebbero mai assegnare un tema come quello che mi sottopose la mia insegnante nei primi anni ’70. “Come ti immagini nel mondo del 2000?” mi chiese. Scrissi di alieni – imbibito com’ero degli episodi  di Ufo (seppur ambientati negli allora “vicini” anni ’80) – e di esplosione demografica del terzo mondo, prendendoci a metà. Ma i docenti di oggi non redigerebbero una traccia del genere. Non solo perché quell’anno è già passato – come pure il 1984 di Orwell o il 1999 del capitano Koenig – ma perché non abbiamo (più) una “data traguardo”. Anche solo per la valenza simbolica dell’alba di un millennio che è ormai passata.

L’insostenibile leggerezza del futuro

Per Pescovitz protagonista di “Meet the Media Guru” in programma il 27 marzo a Milano parlare del futuro

«ha a che fare più con la provocazione che con la predizione –  come ha detto a Fabio Chiusi su l’Espresso in edicola –  La legge più importante è che non ci sono fatti sul futuro. Solo finzioni. E il mio lavoro è studiare le finzioni di domani – informate dai fatti di oggi – per aiutare le persone a prendere decisioni migliori nel presente».

Che il piano del futuro sia condiviso con la fiction – oltre che per essere espresso abbia bisogno sempre di un mezzo simbolico – spiega pure come talora la fantascienza sia riuscita a predire il domani che avremmo vissuto. Specie finché la ricerca scientifica è (stata) alla base di racconti che da essa prendevano spunto le occasioni di scambio tra l’una e l’altra dimensione – la scienza e la narrativa – sono (divenute) frequenti e proficue. Hugo Gernsback – uno dei padri delle riviste fantascientifiche (e di hobbystica) – all’inizio parlava proprio di scientifiction.

La prospettiva corta

La differenza tra 50 e più anni fa e oggi nel “pensiero sul futuro (tecnologico)” sta nella ‘durata‘. E’ sintomatico che l’istituto per il futuro di Pescovitz abbia realisticamente programmi di studio che si occupano di quanto accadrà da tre a dieci anni da oggi. Non oltre. Da fine Ottocento fino agli anni ’70 (e un bel po’ degli ’80) il 2000 – e talora oltre – è stato la data simbolo, un traguardo. Oggi, per un po’, abbiamo sentito il 2020 come data emblematica (nel quale c’è un gioco di cifre) mentre la fantasia – e penso ad Avatar o a Continuum, per prendere un film e una serie tv di successo – spostano rispettivamente il calendario al 2154 e al 2077. Ma pensiamo a noi stessi, o a riviste molto orientate al domani come Wired, che nell’edizione italiana – “curiosamente” – conserva tra gli inserzionisti i produttori di auto, che furono alimento dei servizi giornalistici delle riviste di scienza popolare e fai da te americane tra gli anni ’50 e ’60. La prospettiva è di qualche anno, una decina al massimo. Come d’altronde pure ci sembra storia qualcosa che in passato sarebbe stato liquidato come contemporaneo. E perché questo accada, dal mio punto di vista, penso lo sappiano coloro che hanno avuto la pazienza di sorbirsi il mio libercolo in ebook (un formato tra l’altro, in qualche modo, anch’esso predetto). Ma certo si tratta di spiegazioni che possono essere contraddette.

Le due storie del futuro

Il futuro ha però non solo un presente, ma pure un suo passato. Anzi ha due forme di passato. La prima – quella che ci sorprende di più – è di carattere storico: molte delle innovazioni di oggi hanno radici talmente profonde nell’immaginazione, come pure nelle ricerche, degli anni trascorsi (e dimenticati) che viene spontaneo affermare che “il futuro è sempre esistito”. Ovviamente fatta la tara delle tante previsioni che non si sono mai realizzate. La seconda forma ha, invece, a che fare con la nozione di futuro come momento di trasformazione, grazie alla tecnologia, di un presente che magari non ci piace neanche troppo. Non è un caso che le grandi società americane scegliessero di dedicare le fiere mondiali di Chicago e di New York degli anni ’30, subito dopo la crisi del 1929, a un domani tecnologico – e solo per questo magicamente risolutivo e anestetizzante – presentato come a portata di mano.

Rinascimento prossimo venturo?

Anche oggi avremmo un immenso bisogno di futuro, di credere nelle nostre capacità di artefici (parola che si potrebbe tradurre con “maker“, il fenomeno emergente dell’innovazione su cui tanti puntano le carte e gli occhi). Artefici della nostra sorte, del nostro domani, per superare una crisi che può sembrare senza uscita. L’iniezione di fiducia la vorremmo, insomma, facendo valere il latino  “Quisque faber fortunae suae“, ciascuno è artefice della propria sorte. Vorremmo, insomma, il motto attribuito a Sallustio declinato in una versione 2.0, con stampanti a 3D, open source e quella cultura del “fai da te” partita proprio più di 50 anni fa – anche attraverso le riviste di Gernsback – e poi evolutasi passando dall’hacking del MIT anni ’60 al nostro making. Non si può però sminuire questo assimilandolo all’hobby, visto il ruolo assunto dalle culture dal basso e l’imperversare di una qualche IkeadeologiaI makers come proclamava un libro di Chris Anderson sono visti sempre più come  la nuova possibile rivoluzione industriale. La prima diede corpo, assieme al darwinismo, all’ipotesi di futuri tecnologici, la seconda può reintepretare la visione del domani. Non più quindi un futuro dipinto (solo) dall’automazione – che è vista come distruttrice del lavoro manuale a vantaggio di quello creativo/intellettuale e potenziale Matrix – ma una sorta di diffusa capacità artigiana, che per certi versi ricorda le teorie sulla produzione distribuita di energia immaginata da Jeremy Rifkin, nella quale chi non ha il modo di procurarsi un oggetto se lo costruisce. Oppure l’evoluzione, meno individualista e più aziendale, delle Fab Labofficine per la fabbricazione di oggetti dal virtuale al reale. Una promessa di futuro – seppur a breve termine (e forse per questo più incoraggiante e meno utopistico di quello sognato 50 anni fa per il 2000) – che in Italia potrebbe attecchire, quanto meno nelle speranze, visto che questa è stata la terra delle botteghe artigiane del Rinascimento (i makers?) e delle piccole e medie imprese (i Fab Lab?) degli anni del Boom. Che poi ciò si realizzi è tutt’altro discorso. E nessuno lo può dire. Ma è una direzione che ci sembra da (per)seguire. Anche se poi non ne sappiamo prevedere gli effetti.