Neofiti del sesso, sportivi della domenica, videogamers alle prese con Angry Birds ed iper egocentrici fanno esperienza – spesso – dell’ansia da prestazione. L’ansia da dichiarazione invece, al di fuori dei patiti dei social network, resta appannaggio di una ristretta cerchia: politici o aspiranti tali. Un mondo parallelo, fatto di parole, con i suoi rituali e i suoi schiavi del terminale: baldi addetti stampa inchiodati davanti al flusso delle agenzie sullo schermo, messi lì per scovare qualcosa da far commentare al proprio datore di lavoro. Dal compleanno della starlette di turno alla fresca nomina nel più secondario e inutile carrozzone di Stato, fino ai lutti (un must) ed alle relative condoglianze.

Meccanismo infernale, questo, colmo di virgolettati, dichiarazioni di portavoce, prese di posizione a nome di questo o quel politico. “Scucuzzate”, come chiamava un caro e salace caposervizio i testi gonfiati a dismisura per riempir uno spazio troppo grande sulla pagina, inesorabilmente destinate a rimanere relegate tra i lanci delle agenzie di stampa (che ci campano, facendosi pagare – a convenzione – i loro servigi). A vederlo è un surreale balletto di parole che non finiranno mai, o quasi, sugli organi di informazione, quelli per i quali apparentemente vengono prodotte ogni giorno queste centinaia di dichiarazioni.

Ma va detto il “politico” è – antropologicamente – un animale dichiarante. Ricordo con un sorriso la tremenda burla ad una collega di scrivania – in una piccolissima redazione di provincia – cui feci credere di esser stata cercata dall’agente di Raul Bova. Motivo: un’intervista esclusiva alla star. Le consegnai il numero di cellulare dell’attore – in realtà il mio, che lei aveva ma non riconobbe. A risponderle, dal bagno del giornale, il responsabile dello sport che stette al gioco per quasi un’ora di dichiarazioni. Presa dalla frenesia, la simpatica cronista, iniziò a ributtar giù l’intera pagina su cui aveva lavorato fino a quel momento per far spazio alla notizia di “Bova in città”. Poi, fulminata non so da quale pensiero, impugnò il telefono e chiamò la sua fonte abituale, l’assessore comunale a cultura e spettacoli, per rimproverarlo di non averla avvisata della presenza nel teatro cittadino di cotanto personaggio. Il politico, con nonchalance, iniziò a risponderle che la presenza di Bova (il quale, ignaro, era altrove) era merito suo:  aveva portato nel territorio un set cinematografico e via dichiarando. Una sequenza di clamorose balle che solo l’intervento di tutta la redazione evitò venissero pubblicate dalla collega, assieme – beninteso – alla bufala di Bova in città.

Di questa ansia da dichiarazione

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