Masochist's Moka Express di p!oNe ho bruciate due. Dimenticate sulla piastra, ho ritrovato al posto della Moka Express, fumante di caffè bollente, degli ammassi roventi di bachelite e alluminio. Ma insisto, seppur io adori l’espresso: niente cialde, capsule inquinanti o polveri da schiacciare. Continuo a caricare la macchinetta. L’oggetto è anni Trenta, art dèco. Ma sarà colpa dell’omino con i baffi dei Caroselli di cui mi devo esser imbibito da ragazzino – benché nato dopo gli anni Cinquanta (epoca in cui il pupazzo venne disegnato da Paul Campani) – continuo a considerare quella caffettiera, anzi “la caffettiera”, un vezzo di italianità. Ricordo con affetto le lezioni di caffè all’italiana che impartiva mia madre al campione di scacchi svizzero conosciuto in camping. O il traffico di gente per una tazzina attorno alla nostra tenda al Bois de Boulogne.

Ma la fabbrica delle Moka non esiste più. La Bialetti, la storica azienda che detiene il brevetto della caffettiera, ha ribadito di aver deciso di chiudere lo stabilimento di Omegna, quello delle macchinette per caffé in alluminio, per colpa del crollo di un terzo del volume di affari. La causa? Le macchine elettriche. Sì, le varie Nespresso (svizzera, ironia della sorte) e affini, hanno fagocitato il mercato. La gente non combatte più con il cucchiaino, l’acqua e le guarnizioni da cambiare. Infila nella fessura la cialda o la capsulina e aspetta che il caffè – con la giusta cremina galleggiante – riempa la tazzina. Non so perché, ma la vicenda mi ricorda quella delle cosce di pollo al banco carni del supermercato: i bambini pensano, talora, che esistano a prescindere dal volatile di cui erano naturale e zampettante dotazione. O i deodoranti che coprono anche l’odore originario, non necessariamente il puzzo, della nostra pelle.