Il cellulare? «In classe è vietato». O proibito. O interdetto. O semplicemente preventivamente depositato in una cesta, se non sequestrato a posteriori. Non c’è che da sbizzarrirsi a trovar “delitti” e pene nei regolamenti d’istituto o in deliberazioni ad hoc adottate dalle scuole italiane. D’altronde che lo smartphone e pure i suoi fratelli meno evoluti siano il demonio lo dicono ormai da quasi un decennio fior (e Fioroni) di circolari ministeriali. Ma mai – o quasi – che si trovi una disposizione del tipo: “L’uso dei dispositivi elettronici (perché non solo di telefonini si tratta) è consentito quando funzionale alle attività didattiche”. E vietato, questo sì, in tutti gli altri casi. Eppure non ci vuol molto a intuire che i divieti di cui si sono ricoperte le scuole sono, e certo non per colpa dei docenti, tra le regole più disapplicate.

I compiti? Si fanno (pure) al telefonino

Il web a scuola infatti si usa comunque, ma sottobanco. E proibirlo è come cercare di voler tappare un idrante con un dito: ci si bagna e basta. A meno, certo, di non utilizzare un “jammer”, apparecchio che disturba le comunicazioni e che in Canada è costato l’arresto ad un preside. In Europa accadrebbe qualcosa di simile: è proibito oscurare le telecomunicazioni, non solo usare i telefonini. E poi va detto esplicitamente: non solo i dispositivi restano connessi col mondo mentre gli studenti sono in classe, non solo i ragazzi continuano via Whatsapp o Facebook le conversazioni iniziate in aula, ma studiano a casa pure col telefonino acceso vicino ai libri di testo. “Orrore!” diranno i benpensanti. Ma mi è bastato fare una rapida indagine sui comportamenti di una trentina di liceali attorno ai sedici anni (per conto di un’amica prof) e scoprire tre comportamenti ricorrenti.

    1. Il cellulare (e rarissimamente un notebook) è usato come mezzo di confronto con i compagni su formule da sviluppare o parole di vocabolario da trovare (chi si è impazzito almeno una volta sul Rocci sa di cosa parlo).
    2. Per approfondire qualcosa che magari non hanno ben capito a scuola (ma non per approfondimenti tout court, insomma non per il piacere di saperne di più).
    3. Perché – c’è pure questo – pesa alzarsi ed andare a prendere gli appunti/libri e quindi si cerca in rete quel che serve (al primo che dice “i ragazzi di oggi sono pigri” chiedo se poi si lamenta o no perché il pomeriggio, invece di studiare, sono impegnati nello sport…).

Che BYOD sia con voi

Non ci vuol molto a comprendere che siamo di fronte ad un paradosso. La vita connessa è dappertutto, pure a scuola, dove sarebbe proibito viverla solo al cellulare. Perché si investe – quando si può – per connettere i laboratori informatici e le Lim. Ma spesso i soldi scarseggiano, le macchine si rompono e le lezioni restano confinate alle materie scientifiche. (Già, ma poi chi ha detto che il digitale non è “umanistico”? Non mi perdo, per ora, in questo argomento). E se invece di star a soffrire così – rovesciando prima i regolamenti di divieto in permesso d’uso – si potesse ricorrere al BYOD (Bring Your Own Device)? Si tratterebbe di utilizzare i dispositivi elettronici in possesso degli studenti (dagli smartphone ai tablet fino ai notebook) al posto di quelli che la scuola non può magari acquistare per ragioni di budget. Il tutto nella logica di un utilizzo trasversale delle risorse informatiche, “liberandole” dai laboratori come da tempo propone Giovanni Biondi. Esistono, ovviamente, pro e contro (come spiega Alessandro Bencivenni) e pure qualche sperimentazione in una secondaria di primo grado, la “D. Galaverna” di Collecchio (raccontata da Simone Mazza – copia cache). Ma non significa che non si può tentare. Per avere una visione diretta del BYOD ecco cinque video (in inglese) che ne danno una sommaria illustrazione.

“Noi non siamo attrezzati”

Per realizzare una rete BYOD a scuola serve larghezza di banda sufficiente a sostenere parecchie connessioni e una rete wifi raggiungibile dalla classe. In teoria si può realizzare anche con un banale router, di quelli domestici, protetto da password, al quale possono accedere solo i dispositivi autorizzati (attraverso il MAC Address). E’ un’operazione che saprebbe fare un qualsiasi amministratore di rete, ma anche un tecnico di laboratorio minimamente addestrato (i router in genere hanno un’interfaccia raggiungibile in intranet). E questa sarebbe la soluzione più economica e rapida. Altrimenti esistono sistemi sofisticati – e suppongo costosi – che regolano il funzionamento della rete, distribuendo consumi, orari e aree di accesso, utenti registrati eccetera.

L’anarchia prossima (s)ventura? Soluzioni americane

Il BYOD implica una progettazione didattica – che solo i docenti nel collegio docenti o nei consigli di classe, anche attraverso il Pof (piano offerta formativa) possono fare in maniera professionale. E’ inutile investire in una soluzione del genere se il corpo docente non la ritiene utile, per un sano realismo. E’ una questione culturale, anche se la realtà quotidiana implica che si inizi a pensare “in digitale”. Quanto agli strumenti (non ai contenuti), la rete è piena di esempi come questo e questo – sebbene declinati un po’ “all’americana”. Si porrà la necessità, ovviamente, di una modifica del regolamento scolastico da parte del Consiglio di Istituto che, pur mantenendo i principi espressi nelle circolari sull’uso dei cellulari e dei dispositivi elettronici a scuola, introduca la loro utilizzabilità allorché funzionali alle attività didattiche. Infine, ci saranno da fissare le policy, non tanto solo di sicurezza e privacy (che sono già esperite in qualche modo per il fatto che tutti hanno già uno smartphone), quanto per la nuova situazione che si viene a creare. Ecco dunque alcuni esempi di policy messe a punto negli Stati Uniti dove il BYOD è più maturo (un esempio di scuola che lo ha adottato). Possono magari essere utilizzate come ispirazione a fronte dei nuovi problemi che il sistema pone. E iniziare ad aprire così la scuola ad un mondo (non più tanto) nuovo.