Foto di Timothy TakemotoSe la passione per il calcio è un connotato dell’italianità – tanto da divenire, per vent’anni almeno, metafora della politica italica – evidentemente sono molto poco italiano. Dal primo scandalo calcioscommesse il mio già esile interesse era evaporato del tutto. Poi la vita, anzi il lavoro, mi ha portato ad aiutare, di domenica, qualche collega nel chiudere le pagine sportive di un quotidiano di provincia. E lì ho dovuto fare i conti con i “tabellini”: in pratica pur se non hai visto le partite sui vari campetti di pozzolana, terra o – nel migliore di casi – di erba, ti tocca scriverne. Ed è stato un trauma trarre dai numeri – se non ci fosse stata qualche telefonata notturna di verifica – un sintetico colonnino di resoconto.

Com’è andata la partita di baseball?

Per il baseball, anni or sono, gli studenti di informatica e giornalismo della Northwestern University di Evaston, città non lontana da Chicago, in Illinois misero invece a punto Stats Monkey. Il sistema trasforma, dai numeri, i tabellini in testi. Articoli che restituiscono la dinamica della partita, giocate e giocatori chiave, foto del migliore in campo e un titolo appropriato. Io lo facevo a mano – mettendoci pure un po’ di mestiere nelle verifiche – l’intelligenza artificiale lo fa da sé. Ed è cosa ben diversa dalle rassegne stampa di Google News che tanto innervosiscono gli editori.

I dati diventano articoli su Forbes

Ebbene quella stessa tecnologia oggi è utilizzata da alcune aziende americane per scrivere “storie” a partire dai dati che il sistema raccoglie dai database aziendale. Ce n’è per tutti i gusti: dai servizi “giornalistici” ai Tweet, a rapporti che permettono di capire la regolarita delle transazioni bancarie, per arrivare alle relazioni aziendali corredate da grafici. Il ghostwriter automatico si chiama Quill ed è prodotto da Narratives Science. Si può personalizzare perfino il tono e lo stile. E gli articoli che ne escono? Volendo se ne possono leggere alcuni su Forbes. Ovviamente non sono scritti da umani.

Nel ’62 una macchina scrisse western

D’altra parte niente di nuovo in un mondo nel quale teniamo in tasca Siri. E forse neanche nulla di troppo innovativo – come idea – rispetto a quanto fu riferito 52 anni fa a Firenze nel corso di un convegno sui progressi della cibernetica promosso dalla IBM.

“In America vi è una macchina elettronica – scriveva il cronista di Stampa Sera il 6 marzo 1962 – che pensa soggetti per film western… A questa asserzione un ascoltatore ha ribattuto: «Ma non ci vuole molta fantasia?». A questo punto è logica la domanda: possono avere i cervelli elettronici fantasia? Se fantasia è un collegamento irrazionale tra causa ed effetto, le macchine possono realizzare anche questo saltando da un modo di comportarsi all’altro. E lo fanno quando si introduce un elemento aleatorio, che la macchina ascolta di servendosi di numeri a caso.”

Numeri, anche stavolta. E a me che ho una celebre idiosincrasia  per tutto ciò che è numero, per sfuggire alla morsa di cifre che diventano parole, non resta che mettermi a giocare con un generatore automatico di script per il cinema. Già, perché se all’epoca serviva un calcolatore grande quanto una stanza – non più potente di un cellulare moderno – oggi può anche bastare un sito che ti scrive il soggetto sulla base di alcuni personaggi, situazioni e tipi di azione che tornano nei film: Automatic Movie Script Treatment Generator.

Buon divertimento.

PS La storiella dei western del 1962 è accennata in Edoardo Poeta (cioè io) “Il futuro è sempre esistito. Perché negli anni Sessanta a Trapani avevano previsto che avremmo fatto tutto (o quasi) con il telefono” edito da Falsopiano. ;-)