La nemesi virtuale
Se scrivo Mario Gerosa, è come se scrivessi “mondi virtuali”. L’autore più celebre tra gli italiani di saggi, iniziative su turismo e patrimonio culturale dei metaversi è in attesa di giudizio. I wikipediani vorrebbero “giustiziarne” la pagina: il 18 giugno si conclude infatti la votazione che sancirà la sopravvivenza o la cancellazione della voce a lui dedicata nell’enciclopedia aperta.
Per ora i crucifige prevalgono su chi, come d’altronde è verificabile anche solo con una ricerca su Google, sottolinea la notorietà internazionale dell’autore di “Rinascimento virtuale“. La motivazione per la rimozione – prima prevista come immediata, poi messa a votazione – è la seguente: «Giornalista virtuale che sembra (dalla voce) avere anche delle realizzazioni solamente virtuali. IMO non enciclopedico». Guardo la fila dei suoi libri sul mio scaffale, penso a che è un collega giornalista dal 1997 – addirittura il caporedattore di AD Italia della Condé Nast – e mi vien da ridere.
Al momento Gerosa, oltre ad argomentare in buona sostanza che non è un avatar in pixel (garantisco: trattasi di gioviale e colto signore classe 1963) e beccarsi l’accusa di essere autocelebrativo, la mette sul positivo. Anzi sul propositivo: «Mi piacerebbe – scrive su Facebook – che fosse organizzato un convegno sulle nuove modalità con cui si diffondono e condividono le informazioni in rete». Wikipedia è uno strumento straordinario per veicolare non solo le culture tradizionali. D’altro canto, talora, è l’unica fonte autorevole – benché proprio su questo termine inciampi secondo Civiltà Cattolica (vedi Antonio Spadaro) – su quelle alternative. Sottoculture, tribù, voci che altrove mai troverebbero uno sviluppo: è una miniera. Eppure la comunità dei wikipediani sembra manifestare una certa allergia per i mondi virtuali. E verso Second Life in particolare.
2L Italia, ad esempio, è stata la prima rivista italiana (a distribuzione gratuita ed in pdf) dedicata a Second Life ed ai mondi virtuali che ha registrato alla sua prima uscita 35mila downloads. Il giornale, nei vari numeri, ha ospitato interviste a Derrick De Kerckhove, Zygmunt Bauman, Edward Castronova, Henry Jenkins, Howard Rheingold, Marc Prensky e tra gli italiani Giuseppe Granieri, Giovanni Boccia Artieri, Antonio Spadaro, Mattia Miani ed altri tra cui anche Gerosa (che ha ovviamente un avatar, Frank Koolhaas). Citata in saggi, tesi di laurea, quella rivista è stata punto di riferimento per le notizie in argomento di mondi virtuali. Ebbene, ogni volta che è apparsa la relativa voce su Wikipedia la sua cancellazione è stata immediata, senza neanche sottoporla all’ordalia telematica del giudizio popolare. Decapitazione netta. E senza processo.
Anche in questo caso la macchia della “virtualità” ha pesato come un macigno. Il paradosso, certo, è palpabile: cosa c’è – si dirà – di più evanescente di un’enciclopedia wiki, poggiata sul volontariato, su server che di punto in bianco potrebbero spegnersi mettendo offline – se non dissolvendo – terabyte di conoscenza? Altro che l’incendio della biblioteca di Alessandria. E, tanto per insistere in citazioni, essa aggira il rischio di divenire quella di Babele grazie all’intelligenza collettiva dei wikipediani. Filtrano, ordinano, come industriose formichine la massa di voci che nascono ogni minuto. Il punto sta però in questo: se essa lascia spazio – sempre secondo i propri criteri di “rilevanza” (che ricorrono tutti per Mario Gerosa) – al plebiscitarismo, anziché al pluralismo, rischia di diventare sempre più preda delle guerre d’opinione, di crociate che altro non potrebbero fare che inaridirla.
Certo, a leggere i voti favorevoli alla cancellazione l’onta da lavare sarebbe quella dell’ autocelebrazione. L’autore del testo infatti è Greenduke, che – schietto come è – Gerosa stesso non ha nascosto di esser lui medesimo. Ed allora – visto che conosco scrittrici, doppiatrici ed attrici che si sono scritte da sé la propria voce biografica guardandosi bene dal rivelarlo – mi vien da concludere che forse su Wikipedia la finzione paga. Insomma, un trionfo del cosiddetto virtuale (non quello vero, ovviamente).
Scritti affini:



Per prima cosa esprimo solidarietà a Mario Gerosa. Che è ottimo collega, bravo scrittore e – se mai servisse a consolidare la sua immagine reale – è un’ottima forchetta (in quanto gradisce la mia cucina!).
Rispetto alla libera enciclopedia globale virtuale, credo ci sia un bisogno fisiologico di sentirsi reale. Non potendo contare su una midica trasformazione del bit in carta, si prende le distanze da ciò che condivide con te l’essere figli di un dio minore. Essere delle pecore elettriche, probabilmente sognate soltanto da automi, non aiuta a realizzare la propria autostima.
Vittima doppiamente di sè stessa, l’anima di Wikipedia – i suoi redattori/correttori/censori – prende le distanze da sè ma cerca un consenso falsamente democratico. Ecco che ci risiamo, la dittatura della maggioranza che torna a infestare i sogni di chi crede nel meticciato, nella cultura delle differenze, degli altri, della rappresentanza e rappresentatività anche di ciò che non è mainstreaming. Quello stesso sogno che coltivano coloro che scrivono e aggiungono voci enciclopediche in lingue morte o dialetti minoritari sullo stesso url che ci sussurra quanto poco possiamo contare sulle diverse opinioni.
«Se tutta l’umanità meno uno fosse della stessa opinione – traduco sommariamente John Stuart Mill, La libertà – e solo una persona dell’opinione contraria, l’umanità non sarebbe giustificata nel ridurre al silenzio quella sola persona, di quanto questa, se ne avesse il potere, potrebbe essere giustificata nel ridurre al silenzio l’umanità».
PS Quanto al fatto che la tua cucina sia stata apprezzata da Gerosa – preceduto da chiara fama di buongustaio – mi induce a sfidare ulteriormente la sorte per incontrarti. ;-)
Non nutro alcuna simpatia (a pelle telematica) per Mario Gerosa, i suoi modi e i suoi toni. MI è capitato di leggere qualche suo testo e di sentirlo parlare su SL.
Allo stesso tempo mi sembra assurdo non riconoscere la mole di lavoro che ha sempre svolto in area Virtuale. Che si può condividere -o meno- ma è un fatto.
Per quanto riguarda Wikipedia, è difficile capire il perché di questo ostracismo. Verrebbe da pensare che ci siano dei motivi, e allora bisognerebbe entrare nel merito e sentire CHI sta facendo questa davvero discutibile lotta.
Era chiaro che nel corso di 6 anni Wikipedia avrebbe potuto passare da formula osannata da TUTTI a svelare qualche inghippo o problema gestionale. Non poteva apparire ovvio da subito che un testo condiviso e corretto da chiunque ne abbia voglia potessere creare problemi del genere?
La rete è fatta da sempre di ostracismi (appunto) e esaltazioni (appunto) fino a prova contraria.
Questo, a quanto pare, sta regolarmente avvenendo.
Mi sembra normale in uno scenario in tale e complessa evoluzione.
Stavolta parlamo di Gerosa, domani chissà di chi.
William, spesso la metafora usata per rappresentare l’intelligenza collettiva è quella del formicaio. Le tracce dei primi, lasciate navigando, linkando o commentando, fanno “da pista” per i secondi. Anche qui serve però, come nel mondo “non a rete”, autonomia di pensiero (cultura?) per non finir vittima di spirali del silenzio (e allinearsi solo con chi ha coraggio/modo di parlare da un podio, “fisico” o virtuale, pur se sta in minoranza) o seguire le orme altrui come pecore nel gregge. Credo che la grande differenza che la rete ci offre, rispetto al mondo unwired, è da un lato la consapevolezza – talora l’evidenza ipertestuale, quasi grafica direi – dei legami e degli schieramenti, dall’altro – e sembra una contraddizione – l’inafferrabilità della sua geografia alla base di quella serendepity che tanto ci attrae. E ci fa crescere “culturalmente”. Usare il web per far massa, anziché differenza (e ti dico subito che Digg! et similia sono a mio parere strumenti nefasti per l’ecologia della “società connessa” al contrario di quelli che esaltano la coda lunga) porta all’inaridimento culturale.
Quanto è cambiato il gomitolo della rete in questi “sei anni” di vita di Wikipedia? Quanto sono cambiati i netizen, quanto queste enormi praterie virtuali da terre verdi per il pascolo sono diventate colture geneticamente modificate di granturco?
E’ questo secondo me il punto, su cui si scontrano delle generazioni di cittadini virtuali: pionieri quasi indigeni di terre incontaminate, un paradise lost con la rivoluzione industriale della virtualità. I prodotti artigianali sono stati sostituiti con linee di produzione di massa, identici a sè stessi. I Robin Good della situazione insegnano a fare della rete una professione, non a trovare una professione nella rete. I siti si scontrano in cordate per la visibilità negli aggregatori, e non per i contenuti che possono offrire. L’alternativa già non c’è più, perchè se non è il censore di wikipedia a reputarti troppo virtuale, sarà il ranking di un motore di ricerca intelligente, che ti farà piacere quello che più piace ad altri.
A meno che si decida per un buen retiro in qualche isolata terra ancora non invasa, nella speranza che il Time non ci faccia la copertina sopra giudicandola (dopo Second Life, dopo il social network, dopo Twitter) la scoperta che rivoluzionerà la vita digitale.
La democrazia della rete mi sembra stia dimostrando di soffrire delle stesse difficoltà della democrazia fuori dalla rete: il rischio che forme plebiscitarie o coalizioni di maggioranza cancellino la pluralità è evidente come dimostra il “caso Gerosa”.
Possiamo quindi dire che – anche in questo caso – la “tabula rasa” non esiste. E che portiamo con noi, comunque vada, i nostri ‘difetti’ in modo del tutto congenito.
E’ la prova che la rete è estensione del reale e quindi dentro il reale. Il virtuale, friend, non esiste… o quasi?
Desidero ringraziare Edoardo Poeta per questo post.
Ringrazio anche William Nessuno, che a pelle mi piace molto: infatti si dimostra solidale pur non apprezzando i miei modi. Spero ci sia un’occasione per incontrarsi di persona: chissà che non riesca a farti cambiare opinione. ;) Cmq grazie.
Devo ammettere che da qualche tempo sono in ritirata da una serie di cose che inizialmente mi affascinavano. Non da Wikipedia, che non mi ha mai convinto per le intimazioni di plebiscitarismo che le sono connesse da sempre, ma da molte altre speranze di cambiamenti assortiti grazie al Web e da vecchi sogni giovanili. Questa storia di censure e soppressioni è paradossale e quindi perfettamente in linea con questa congiuntura storica (non sono marxista, è una citazione da Tutti giù per terrra, a proposito di un armadillo :) e certo non depone a favore dell’intelligenza collettiva o della sensibilità aperta che avevamo immaginato per la Rete. Ti ringrazio, Edoardo, per avermi dato occasione di spezzare una piccola lancia per un autore che leggo ogni tanto e che cmq apprezzo per l’impegno e la lungimiranza. Ti ringrazio un po’ meno per avermi dato un ennesimo motivo per cercare altrove. Anche se, come dici giustamente, grandi differenze tra “dentro” e “fuori” la rete non se ne vedono e quindi la ricerca si annuncia piuttosto spinosa :)