Libertà d’opinione (per chi ha i soldi)

2010 luglio 28
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di Edoardo Poeta
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A volte ritornano. Si “ripropongono” come un peperone maldigerito, anche a distanza di un anno. Sono le idee di chi della rete forse ha capito poco, ma ha compreso tutto quel che di essa gli può dar fastidio. E così basta un comma – il 29 dell’articolo 1 del disegno di legge sulle intercettazioni – per tentare di dissuadere i semplici cittadini dall’esercitare un proprio diritto, quello d’opinione. Diritto fondamentalissimo, checché se ne dica invece a proposito del rango della libertà di stampa. Non scomodo qui dichiarazioni universali o Costituzioni americane. Mi affido solo al buonsenso.

«Diffamare – sostiene oggi Filippo Facci, su Libero, nel ripetere come fa da un anno che “internet non è un porto franco” – non è vietato ai giornalisti, è vietato e basta, ed è vietato su un giornale come su un murale o al bar. Ergo, è vietato in rete». Infatti. Il giornalista è querelabile, il cittadino è parimenti querelabile. Se offende. Quella, però, è una norma penale, che vale nel mondo fisico come in quello virtuale. Altra cosa è il presupposto per chiedere una rettifica: ci vuole molto meno. Basta una notizia inesatta (ed il Sabatini Colletti conferma), mica c’è bisogno di aver offeso qualcuno, per dover “rettificare”. Dover pagare 12 mila euro se non si ottempera in 48 ore, dando la medesima evidenza alla correzione rispetto al post sul proprio blog, è obiettivamente una stretta. Niente più clic sul pulsante condividi “a cuor leggero” o retweet tanto perché ci piacciono. Certo, si può star tranquilli se si è scrupolosi in ossequio al motto “male non fare, paura non avere”. Ma un freno anche al più onesto e scrupoloso viene dato. La libertà resta, ma un po’ meno. leggi…

Generazione Tom Tom

2010 luglio 19
di Edoardo Poeta
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Centodieci con lode. Una tesi di cui si è pure parlato sui giornali. Ma a 25 anni non sa se una provincia è al nord o al sud dello Stivale. Capita. Anzi è capitato. E la madre – sconfortata – mi ripeteva: «La scuola non dà più le basi». Colpa della scuola? Macché. La cartina di tornasole che le cose non stanno così, la hai facilmente. «Dove si trova il Tanaro?», scossone di spalle dell’adolescente: non lo sa. Né si preoccupa. E non si perde: «Quando ne ho bisogno guardo sulle mappe di Google». Non è pigrizia, ma gestione dello sforzo di pensare. Troppe informazioni nella giornata, guai da attenzione discontinua, e allora meglio economizzare la fatica dei neuroni. Per dargli torto bisognerebbe addirittura contraddire Italo Calvino: “Il primo bisogno di fissare i luoghi sulla carta è legato al viaggio”, ha scritto.  La geografia, insomma, ha perso il fascino della cartografia, “muta” o parlante che fosse. E’ pura funzione pratica. Meglio la calcolatrice delle tabelline: a che serve ripetere a pappagallo sfilze di città o di numeri?

E dire che ho scoperto di esser miope proprio grazie ad una cartina. Un giorno a scuola smisi di vederla, era troppo lontana su quella parete. E quindi – andando a memoria – sfarfallavo. Visualizzavo sì nella mente la collocazione di una provincia, di una cima o di un corso d’acqua, ma avevo perso i “ganci” – dati dal disegno di pianure e vie di comunicazione – indispensabili per descrivere, a naso, l’economia della  zona. Memoria visiva, chiamatela, se volete. E infatti fu l’oculista a permettermi di recuperare il voto all’interrogazione successiva grazie a un bel paio di fondi di bottiglia. Oggi, proprio quando il “visuale” sembra essere un must, sembra che sfugga ai più giovani, quelli della cosiddetta generazione digitale, la capacità di memorizzare la posizione nello spazio di un luogo geografico.

Va meglio se i giovanotti ne hanno fatto esperienza, anche se solo a 3D con StreetView. Ma talora – confesso – anche l’apprendimento “esperienziale” radica inganni tremendi. Come uno dei miei: aver messo mentalmente Cremona in Emilia Romagna, e solo per l’aver fatto il militare in un plotone dove marciavano assieme un cremonese ed una pattuglia di parmensi. Dialetti simili, associazione di idee automatica. E per me matita blu – se ancora esistesse -  in geografia.  D’altro canto basta pensare alla campagna pubblicitaria della Riviera Adriatica con il comico Paolo Cevoli. Romagnolo doc quanto una piadina, è anche protagonista dello spot di Fastweb con Valentino Rossi, il quale invece – nonostante l’accento ingannatore – tutto è tranne che suo conterraneo.  E’ marchigiano, di Tavullia, provincia di Urbino. Effetto schiacciamento et voilà, quanti a primo colpo – solo sulla base dell’esperienza – hanno collocato finora il campione motociclistico nelle Marche? leggi…

Il passato al tempo dei social network

2010 luglio 16
di Edoardo Poeta
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Sto invecchiando. Non solo perché se leggo in sovrimpressione nelle immarcescibili repliche serali della Rai un bel 1992, mi sembra una data di due anni fa e non di diciotto. Ma perché se oggi sfoglio quel genere di giornali nei quale iniziai a scrivere da cronista di campagna, ben più di venti anni fa, scorgo  - tranne rade eccezioni – episodi di giornalismo copia & incolla. A firmarli? Giovani penne che crescono. Non mi scandalizzo, nel senso etimologico della parola: la cosa non mi crea “inciampi”, “ostacoli”. Ma resto perplesso, quello sì, perché ormai mi incammino sulla via della senescenza professionale. Ormai, inutile negarlo, l’accidia senile è dietro l’angolo.

Lo stato di senescenza emerge pure dalla rete. Ma da solo. Pian piano che mi connetto in qualche sistema di relazioni sociali mediate dal computer – detto alla buona “quando mi collego a Facebook o Linkedin” – spunta sempre qualcosa dal passato. Volti e nomi di venti anni fa (tranne un caso da 32!), magari, sotto forma di “richiesta di amicizia” dai quattro angoli del mondo, dei quali però ricordo pressoché tutto. A riprova che come ogni anziano incipiente non rammento la mia colazione, ma ho a fuoco con nitidezza eventi e particolari remoti. leggi…

Nostro supermercato quotidiano

2010 luglio 15
di Edoardo Poeta
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Oh, nostro supermercato quotidiano. Ieri sera, erano quasi le sette, pensavo di trovare il parcheggio del magazzino semideserto. Era mezza settimana, figurarsi se la gente se ne sta a far spesa, mi ero detto. Ed invece no. Auto incolonnate a pettine e pure tutti in fila alle due casse – sì, solo due, la cinghia si stringe anche nella grande distribuzione – per pagare gli acquisti. Lì per lì non avevo intuito perché io alla caccia di cd e dvd da masterizzare e gli altri, con sporte di cibo, ci eravamo ritrovati a strisciar bancomat e carte di credito in un giorno extra week end. Poi stamane la spiegazione: 3 famiglie su 10, in Italia, comprano solo “promozioni”. A rivelarmelo la Cia, la Confederazione italiana agricoltori,  che –  in occasione della presentazione del Rapporto Istat sulla povertà – anticipa i risultati di un’indagine sui consumi che sarà diffusa nelle prossime settimane.

Ormai la gente vive a caccia di occasioni. E siccome le campagne promozionali spuntano come funghi non è “conveniente” concentrare gli acquisti in un’unica data. E così, se al maxi centro commerciale il boom di presenze anche in orario di spiaggia lo provocano i saldi, al supermercato sulla strada del rientro a casa – in orario post ufficio – a far da calamita sono i cartellini a pop-up con cui si pubblicizzano le promozioni. I dati non sono molto confortanti: due famiglie su cinque – rivela sempre Cia – sarebbero ormai costrette a “tagliare” la spesa alimentare, una su dieci rinuncerebbe a pranzi e cene in ristoranti, trattorie, tavole calde, fast food o pizzerie. Nel 2009 la spesa media  è diminuita del 3 per cento rispetto all’anno precedente per generi alimentari e bevande (461 euro al mese). Vanno giù pane e cereali, carne, oli e grassi, frutta e ortaggi, zucchero, caffè. Insomma, tutto o quasi. E la storia sembra ripetersi nei primi sei mesi di quest’anno: solo nel mese di aprile i consumi sono scesi del 2 per cento. leggi…

Silenzio

2010 luglio 9
di Edoardo Poeta
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Sì alle regole, no alla censura

Triage postale

2010 luglio 3
di Edoardo Poeta
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Ho scoperto che esiste anche la triage di  Poste italiane. Proprio come al pronto soccorso: codice bianco, verde, giallo e rosso. In fila all’ufficio postale di un piccolo centro – di quelli con due sportelli aperti – premo il bottone per la prenotazione: devo spedire una raccomandata. Tengo il biglietto con pazienza, frattanto vedo sfilare davanti a me progressivamente tutti quelli che sono arrivati più tardi. Lì per lì non ci bado, distratto come sono dai miei pensieri. Poi l’illuminazione – in senso letterale – guardando il tabellone “smalticode”: stavano passando avanti quelli che avevano prenotato operazioni di cassa e, poi, i vecchietti per il ritiro della pensione. Nonostante campeggiasse ancora la parola “Poste” in ogni dove, e qualcosa avrà dovuto pur significare, la missiva che frattanto mi rigiravo tra le mani sudate era stata messa a fine fila. Un codice bianco, si direbbe al pronto soccorso. Peccato che avessi fretta e fossi arrivato pure prima degli altri. Ma il core business di  Poste italiane sono i quattrini, non le lettere. Avrei dovuto saperlo.

Ieri mi è arrivata da Parigi una gradita cartolina. Amici italofrancesi, lassù per un matrimonio, mi avevano mandato saluti e un’immagine dell’amata Notre Dame. Guardo il timbro di partenza: i primi di giugno. Un mese o quasi. La Corte dei Conti francese, è un’anticipazione de Le Figaro Economie, starebbe per richiamare all’ordine La Poste: una contrazione degli affari clamorosa, tempi che si allungano, impiegati che “lavorano poco”. E tagli, tanti tagli già fatti, che spiegherebbero per i sindacati le ragioni del presunto disastro. Ma c’è la privatizzazione alle porte, come se quella fosse la panacea per questi mali. Oggi le tariffe francesi – pubbliche – sono più basse di quelle tedesche, dove invece DeutschePost è privatizzata.

Venissero in Italia i cugini transalpini per rendersi conto di cosa sono capaci le aziende postali quando cercano di mettersi in affari: si dimenticano di consegnare la posta, altro che miglioramento. Io ricevo mazzetti di corrispondenza circa ogni due settimane degni di una piccola azienda: e siamo una famiglia normale, di quelle che non stanno neanche sull’elenco telefonico (e quindi a basso impatto di pubblicità in cassetta). Non destinatari delle esternazioni di qualche grafomane, piuttosto di qualche portalettere a scoppio ritardato. leggi…

Diretta tv manifestazione a piazza Navona

2010 luglio 1
di Edoardo Poeta
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Il Mondiale? E’ anacronistico

2010 giugno 24
di Edoardo Poeta
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Si metterà male per la Nutella? Scampato il pericolo di messa al bando da parte del Parlamento europeo, ora la dieta a base di crema alla nocciola e cacao potrebbe finire in cattiva luce per “colpa” di uno spot. Sì, quello del cuoco della Nazionale, che dal 2007  decanta le qualità della ghiottoneria come componente fondamentale della colazione per i giocatori della squadra di Lippi. Formazione messa oggi alla porta del Mondiale sudafricano. Mai passasse nella mente di qualcuno che, avendo giocato di pomeriggio, i nostri campioni si siano siano tolta la Nutella dallo stomaco solo verso gli ultimi 10 minuti. Ci vorrebbero frotte di esperti di marketing per raddrizzar la barca. Forse ai piani alti della Ferrero non se ne curano, altro bolle in pentola: c’è infatti aria di guerra del cioccolato in Cina, tantissimi i potenziali consumatori su cui scommettere. Ma vatti a fidare degli scommettitori: i bookmakers davano l’Italia vittoriosa al primo turno. E abbiamo visto come è finita: a rotoli.

Quanto a me, sono un autentico zero tituli quanto a calcio. Non ho il minimo titolo, insomma, per parlarne. Troppa indifferenza, tanta ignoranza. Chissà – magari – pure un po’ di  “disprezzo” verso i 22 ricconi in calzoncini che ogni domenica scaldano mezza Oenisola. Nello scandalo più totale posso perfino confessare pubblicamente di non avere pay per view o altre diavolerie per seguire le gesta dei vari Balotelli, Cassano o De Rossi.  Ma di fronte a un evento storico – come l’Italia ultima nel girone eliminatorio al Mondiale, quello in Sudafrica – scommetto che qualcuno mi tirerà per i (pochi) capelli a parlar di pallone. Ed allora ecco che devo scavare nei ricordi. Non quello di Gianni Rivera, visto all’Olimpico quando ero bambino nell’unica partita di serie A cui io abbia mai assistito dal vivo. In quelli scritti – diciamo così – nei libri di storia. Anche perché un campionato tra “Nazionali” è qualcosa di totalmente anacronistico. Roba da risorgimentali. Sarà per questo che è inviso ai Leghisti?

Le cose però stanno in termini meno idealistici.  Vuoi infatti un ritorno immediato ai tuoi investimenti nel gioco del calcio? Non spendi certo nel vivaio/mercato italiano come manager di club perché farlo richiederebbe tempo, applicazione, denaro. Ma prendi quel che hai già pronti sulla piazza internazionale. Inutile arrabbiarsi però con il campionato “più bello del mondo”, perché non è più il campionato italiano. E’ un’altra cosa. E’ un grande affare economico, dove le frontiere o le nazionalità, pure quelle presunte “padane”, contano davvero ben poco. L’ossatura della Nazionale italiana – quella vincente -  una volta era o il grande Torino, quello scomparso sulla collina di Superga, o la Juve degli scudetti, o il Milan star internazionale e così via. Di quattro anni in quattro anni. Adesso sfido chiunque a fare lo stesso con l’Inter acchiappatutto. Tutti stranieri, tranne uno. Non è questione di nostalgia nazionalista o, peggio, razzista: è il Mondiale fuori dal tempo. leggi…

Siamo seri(ali)

2010 giugno 23
di Edoardo Poeta
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Giurare, non lo posso giurare. Magari quelle tre luci ferme all’orizzonte nel cielo terso, illuminato dalla luna, erano solo un sogno nel bel mezzo di un colpo di sonno finito bene. Ma forse, una volta nella vita, potrei aver visto gli Ufo. Seppure non sono sicuro se mi è capitato a occhi chiusi. Guidavo, tanti anni fa, in mezzo ai tornanti di montagna, alle 3 di notte. E dopo 16 ore di lavoro. Per un momento ho pensato di poter essere contattato dagli extraterrestri, poi ho accelerato: l’idea di finire dissezionato da un paio di testoni non mi allettava. In compenso non ho avuto il coraggio nel rientrare in redazione, poche ore dopo, di proporre il consueto e un po’ consunto articolo estivo sul “non siamo soli nell’universo”. Temevo le risatine di mezza città. Se non di mezza Italia. Anche perché in cima alla collina c’erano tre lampioni.

Ma quell’audacia non è mancata l’altro giorno in viale Trastevere, a Roma, agli estensori della traccia d’esame per la Maturità. Per lo scritto – e dell’indirizzo tecnico-scientifico  – i responsabili del Ministero dell’Istruzione hanno infatti proposto ai maturandi impegnati nell’articolo o nel saggio breve di rispondere alla domanda: “Siamo soli?”. I testi a supporto del lavoro dei ragazzi non erano però tratti da qualche opera di fantasia o di approssimativa divulgazione “scientifica”. Tutt’altro. Erano brani serissimi, addirittura con un accento filosofico, che sulla carta avrebbero potuto dribblare quello stesso sberleffo che io mi evitai, tacendo, tanti anni fa.  La selezione di testi annoverava, infatti, oltre ad Hawking perfino quell’Immanuel Kant croce e ben poca delizia di tutti i liceali.

Eppure – tra inevitabili lamentele degli appassionati – questa Maturità passerà comunque alla “storia” per ‘il tema sugli Ufo’. Sorrisetti a parte, deve essere comunque una cosa seria, se tale si deve ritenere quanto capitato a Barack Obama. Nel traslare su web i faccia a faccia che tanto lo avevano aiutato nella campagna elettorale 2.0, il presidente degli Stati Uniti ha chiesto ai cittadini di sottoporgli – con una votazione “dal basso” – quesiti sui temi cruciali per il Paese.  Niente riforma sanitaria, niente Afghanistan però. Dopo un quartetto di domande sulla legalizzazione delle droghe leggere, spuntava la richiesta di togliere il segreto di Stato sugli avvistamenti anni ‘50 degli oggetti non identificati. X-Files ha battuto la politica dei massimi sistemi, inutile negarlo. Parimenti, nello Stivale, Roberto Giacobbo fa ormai “da sfondo” – ma non buttiamogli croci addosso – alla maturità di quest’anno. leggi…

Zappatori urbani

2010 giugno 22
di Edoardo Poeta
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Appena conclusi gli orali della Maturità, mio padre mi condusse fino all’auto. Dal baule dell’Alfa del suo carissimo amico che ci aveva accompagnato in città, fino alla sede centrale del mio liceo, estrasse qualcosa. Era il suo dono per il mio diploma: una zappa. «Hai studiato filosofia – mi disse – ora puoi coltivare la terra». Evocò, non ricordo bene il perché, Mao Tze Tung. Fatto sta che quell’attrezzo lo lasciai a marcire in un cantone dopo averci scritto sopra, con un pennarello indelebile, “la zappa è dello zappatore”.

Oggi, e non per merito di Michelle Obama, lo “zappettare” è divenuto di gran moda. Non tanto nei campi, dove la meccanizzazione ha tolto di mezzo anche quel poco di socialità che ti dava – per dirne una – il raccoglier dai rami le olive anziché sbatterle in solitaria con qualche assordante scuotitore. Ma l’agricoltura dell’orto spunta adesso tra aiuole urbane, pezzi di verde incolto e, capita alle porte di Roma, perfino in un singolare sporting club: anziché armeggiare con racchette o mazze da golf, all’Agroclub i soci si destreggiano con gli attrezzi agricoli. Zucchine, insalata, fagiolini e pomodori sono curati in pezzi di terra pronti alla semina, che gli iscritti lavorano e dai quali raccolgono il frutto delle loro fatiche. Se saltano il turno – causa altri impegni – dribblano la massima contadina che “l’orto vuole l’uomo morto” grazie all’opera “tappabuchi” degli ospiti di una casa famiglia.

Legambiente, nel 2008, si era posta l’obiettivo di creare 100 orti sociali nella Capitale d’Italia nel giro di 12 mesi.  Lo scorso febbraio ha raddoppiato l’altezza dell’asticella a 200, firmando un accordo con la Regione. Sarà per questo che alla Garbatella, proprio dalle parti del palazzone che ospita il governo del Lazio, da qualche mese 15 appezzamenti di 40 metri quadri, di cui due a scopo didattico, sono stati assegnati al Coordinamento orti urbani Garbatella – sì, il quartiere dei famigerati “Cesaroni” – per quattro anni.  E’ un’insieme di associazioni e hanno dato vita ad un orto comunitario. Si zappa pure sulla Cristoforo Colombo insomma, neanche troppo lontano dove oggi c’è un traffico colossale e un domani potrebbero sfrecciare i bolidi di Formula 1. Un’amica, orgogliosissima, mi ha anche mandato una foto via mms della terra lavorata dicendo che quello è il suo zapping preferito.

Un’altra di amica, invece, mi raccontava – fino a qualche tempo fa – delle sue coltivazioni sul balcone in città. Roba piccola, mi par di capire, ma di gran soddisfazione per lei. E’ milanese e – scopro solo adesso da un dossier de Il Sole 24 ore – che nel capoluogo lombardo il far orti è una prassi antica e pure benedetta da qualche padre nobile dell’imprenditoria meneghina: lo volle addirittura, al Centro sociale della Rizzoli, niente di meno che Maria Giulia Crespi. Lo stesso pezzo mi informa che tutto questo movimento di agricoltori cittadini ha pure risvolti istituzionali, con il progetto “Orti Urbani” di Italia Nostra in collaborazione con l’Anci, l’associazione nazionale dei comuni italiani.

Di fronte a tutto questo fiorire – letteralmente – di iniziative neoagricole all’interno del perimetro urbano, nonostante l’ammirazione per questo sforzo salutista e per il pervicace inseguimento del “chilometro zero”, mi rimane però fisso un dubbio. Quanto saranno salubri quegli ortaggi raccolti a due passi dagli scarichi, in città colme di polveri sottili e surriscaldate? Forse però questo interrogativo me lo fa porre quella mia innata e ineliminabile allergia per il lavoro nei campi i quali una volta, per innaffiare dei fagiolini, mi presero prigioniero nel fango. Oppure è colpa di quel gesto da neodiplomato che mi fece “archiviare” in uno sgabuzzino – beninteso agricolo -  il principale dono per la mia Maturità: la zappa.

Meno Stato, più mercato web

2010 giugno 21
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Liberalizzare è una parola che, alle mie orecchie, suona come la “Marsigliese”. Cioè bene. Tanto che attacco subito a canticchiarla. Liberalizzererei di tutto – anche gli ordini professionali (tranne rari casi) o i titoli di studio – purché qualcuno poi non approfitti di tanta libertà impedendo agli altri, di fatto, di esser “liberi” o ad armi pari con chi gioca la sua stessa partita. Libertà d’impresa – nel senso di “meno burocrazia per tutti” – è addirittura una mia vecchia battaglia. Sarà forse perché sono incapace di trattare perfino con il vucumprà sulla spiaggia – spunta sempre il prezzo che vuole – e magari sogno riuscire a far business se un domani tutto sarà “più semplice” . Ma semplificare, senza dar fuoco a pile di gazzette, si potrebbe. Ora, per arrivarci, pare si debba addirittura aggiungere qualche frase alla Costituzione. Insomma, complicare per semplificare. Ma tant’è.

«Ho trasferito il capannone in un altro Comune – ha raccontato Marco Colombo, presidente dei giovani di Confartigianato -  Ho dovuto chiedere il nulla osta per inizio attività come se ricominciassi daccapo, poi sono andato alla Asl, all’Arpa regionale, dai Vigili del Fuoco, ripresentando ogni volta la stessa documentazione». Come non dargli ragione? Basterebbe un’autocertificazione e via. Se la pubblica amministrazione non blocca, il suo tacere significa che ha dato via libera all’inizio dell’attività. Anzi, per esser precisi, il suo “silenzio assenso”. Gian Antonio Stella, da acuto osservatore dell’Italietta, ha però messo tutti sull’avviso : senza controlli, sarebbe la pacchia dei “furbetti del certificatino”. Con buona pace della libertà di farsi concorrenza a parità di condizioni.

Che il “silenzio assenso” sia un’arma a doppio taglio lo ha riferito a suo tempo Girolamo Sirchia, ministro della Sanità nel 2005. Raccontò alla Camera che per ben due volte un paziente era stato curato a Marsiglia a spese delle casse pubbliche. Tutto fatturato. «Trascorsi invano i 90 giorni utili, secondo il principio del silenzio-assenso, il credito diviene esigibile» aveva spiegato Sirchia. Peccato che quel cittadino altri non fosse se non l’allora latitante Bernardo Provenzano. Sotto falso nome, beninteso. Magari avrebbe buggerato – così riferirono le cronache di allora – la Regione Sicilia allo stesso modo pur  senza meccanismi semplificatori. Ma l’episodio, anche se fosse solo di scuola, la dice lunga su come potrebbero finire certe cose in Italia: se accorci i termini, non acceleri le procedure, fai solo andar prima in prescrizione il diritto dello Stato. leggi…

Un matrimonio “sostenibile”

2010 giugno 18
di Edoardo Poeta
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Matrimonio sostenibile. L’accoppiata, di termini, potrebbe indurre a qualche benevolo sorriso. Specie per chi pensa “al contrario” di questo genere di nozze. Quelle – d’altronde – più diffuse: le nozze insostenibili. Ma non perché – come ama ripetere un carissimo veterano del giornalismo – non ci si sposa “con”, ma “contro” qualcuno, bensì perché c’è chi ha provato a sposarsi senza consumi (e costi) insostenibili. E c’è pure riuscita.

Si chiama Paola, la considero un’amica oltre che una (bravissima) collega. Di quelle metodiche – colpa del suo “sangue” nordico – e anche un po’ idealiste. Sembrava, la sua, una scommessa da format della tv francese anni Ottanta: hai un budget da consumare – stavolta non in monete, ma in “pezzi” di ambiente. E niente più. Prova ad organizzare le nozze in due mesi. Ed ecco allora che lei si è messa all’opera – circa un anno fa – e nel settembre scorso ha “apparecchiato” quello che merita di esser ricordato come un caso da manuale per sposi sostenibili. E chissà che non porti fortuna.

Cerimonia in municipio a Rieti – al centro dello Stivale – e, poi, pranzo in un agriturismo “vero”, a Cittaducale. Visto che i due comuni sono attaccati, potevano anche arrivarci in bicicletta. Ma non hanno osato tanto, evidentemente. Magari un domani per festeggiare l’anniversario potrebbero pensarci. Fin qui, comunque, tutto facile. Ci sarei riuscito anch’io. Poi, per creare il menù Paola e Pablo – nomi simili, ma in questo nessun “disegno” ambientalista – per la lista dei cibi, dicevo, hanno dimostrato capacità ai limiti dell’ambientalmente geniale. Criterio: la filiera corta è lunga. «Meglio la cortissima». leggi…

Psicotecnofobie: via i bimbi dallo schermo

2010 giugno 15
di Edoardo Poeta
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“Batti batti batti”. Chi, per almeno una volta, ha abbandonato i propri figli davanti ai Baby Einstein sa di cosa parlo. Se poi, entrando nella casa di Wolfgang Amadeus Mozart a Salisburgo, i ragazzini ti vanno in visibilio come un fan di Elvis Presley a Graceland, sospetti un po’ il cartone di casa Disney,  sorbito fin da poco più che poppanti. Ora magari gli stessi ragazzini studiano musica, e le note iniziali del Peer Gynt – altra passione indotta da quella “pseudointerattività” allo schermo – se le sono “trovate” da soli, strimpellando. “Troppo bello”, dicono. Non sono geni, sono  normali.

La loro attività manuale di battere il tempo – il “batti batti batti” cui li invita il cartoon – avviene davanti ad immagini su uno schermo. Qualcosa di astratto, non palpabile, per niente tridimensionale. Come accade con  il monitor di un computer. Anzi di meno. E’  infatti molto meno interattivo quel pupazzetto che ti invita, dal televisore, a seguire l’andamento di un’opera lirica rispetto all’interazione data dall’usare un puntatore ed un cursore attraverso un concretissimo, fisico, tridimensionale mouse. Quella freccetta è un simbolo – come lo era il soldatino che noi impersonavamo da bimbi tra i ciottoli del cortile o l’escavatore sul pavimento del salone  – è un segno che ti rappresenta su uno schermo. Solo che ora lo animi giocando a “clicca, scrolla e trascina”. O palpando un touch screen. Altro che “batti batti batti”.

Tutto ciò, accade spesso ben prima di spegnere le 9 candeline. Posso testimoniare, anche sotto giuramento. A sentire però Aric Sigman, membro della Royal Society of Medicine e membro associato della British Psychological Society, nulla è più nefasto di mettere un under 9 davanti a un computer. Non diventa scemo, però poco ci manca. L’uso del pc in tenera età comprometterebbe, secondo il ricercatore, niente di meno che le capacità di lettura e di far di conto.

Sarà. leggi…

Chi ha lo smartphone non pensa ai figli

2010 giugno 13
di Edoardo Poeta
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Stregati dallo smartphone. E pure cattivi genitori. Lo saremmo tutti noi che abbiamo gli occhi incollati per ore sui vari Nokia, iPhone o BlackBerry di ultima generazione. Le dipendenze fanno clamore. Quella del ragazzo la cui madre, per staccarlo dalla Playstation, ha fatto ricorso ai militari dell’Arma rientra però appieno nel cliché delle tecnologie cattive – perché artificiali (come se la Natura fosse intrinsecamente buona) – e, ovviamente, corruttrici delle giovani generazioni. Ma dagli Stati Uniti arriva invece un’allerta di  segno inverso: sono i genitori ad esser traviati da email, tastiere e – soprattutto – da schermi da pochi pollici, più ipnotizzanti della fonte d’acqua di Narciso. Al punto di dimenticarsi dei figli. Al massimo a me capita di dimenticare la macchinetta del caffé sulla piastra. Ma tant’è, un fondo di verità ci deve essere.

I piccoli a forza di sentirsi dire “un attimo”, “aspetta un minuto” (che non passa mai), da un padre o da una madre allo smartphone che erge  un muro tra loro ed il resto del mondo, ebbene questi piccoli manifestano a macchia d’olio sentimenti di fastidio, gelosia e competizione. A sostenerlo è Sherry Turkle, celebre e celebrata ricercatrice, già nota per il suo saggio “Vita allo schermo”, dopo cinque anni di studi e trecento interviste. Un lavoro ciclopico, che forse mi spiega finalmente perché – ad una mia richiesta di intervista di qualche anno fa, su tutt’altro tema – mi rispose di essere oberata di lavoro. Probabilmente era al computer. O allo smartphone. leggi…

Corpi della Croce rossa

2010 giugno 8
di Edoardo Poeta
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Adriana Karembeu con la divisa della Croix RougeBella, la Croce Rossa. Per una singolare coincidenza, nel metamondo un po’ fauto dei media, è la bellezza a far parlare della benemerita organizzazione. Non, purtroppo, le opere di bene come sarebbe più doveroso. Capita in Italia, dove alla festa del 2 giugno una bella crocerossina – donna però riservatissima, madre di due figli, oltre che  moglie di un famoso chirurgo – ha calamitato l’attenzione del premier e, di conseguenza, del caravanserraglio mediatico italiano. Capita anche in Francia, dove invece è Adriana Karembeu, indossatrice slovacca e moglie del calciatore Christian Karembeu, a far da ambasciatrice della Croix-Rouge nella settimana di raccolta fondi.

Sono dieci anni che la bionda mannequin è in contatto con l’organizzazione transalpina, mentre dieci giorni sono stati necessari – così si racconta – per addestrare (come di solito accade per tutti) l’infermiera, con un diploma che però vale due anni di Accademia militare, a scortare la bandiera italiani ai Fori Imperiali. Che la Croce Rossa sia “donna”, almeno nei paesi latini, sembra confermarlo la piacente ragazza impegnata a parlarti (e osservarti) dall’altro lato dello schermo della Cruz Roja Española. E non è una celebrità iberica. «Mi chiedevo – commenta una nostra connazionale trapiantata a Barcellona – se in versione italiana la donna (piacevole, ma non una bellona) e la pubblicità in sè (divertente, la tipa fa le smorfie, e non sono smorfie “civettuole”) sarebbe la stessa in Italia. Ma forse anche la mia “idea” di televisione italiana è ormai distorta». leggi…

Speranza di vita, disperazione da pensione

2010 giugno 7
di Edoardo Poeta
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Foto di Victor BezrukovLe donne in pensione alla stessa età degli uomini. L’Italia resiste, ma alla fine desiste di fronte alla decisione della Corte di europea di giustizia fatta valere dalla commissaria Ue Viviane Reding. “Tutti” in pensione a 65 anni. D’altronde -  sia permesso di aggiungere un “giustamente” -  Bruxelles ha minacciato di far rimborsare i lavoratori di sesso maschile, costretti ad un più lungo periodo di lavoro rispetto alle femmine, oltre che ad un’attesa maggiore prima di andare “a riposo”. Basta guardare le statistiche dell’Istat per capire che non ci sono scuse: a 65 anni le donne italiane hanno la speranza di campare mediamente altri 21 anni, contro i 17,8 degli uomini. Eppure – per non smentire di far le cose all’italiana – applicheremo la disposizione a metà. Anzi, alla sola metà del cielo che appartiene al gruppo degli oltre tre milioni di dipendenti pubblici: 254.023 lavoratrici, per ora. Per le donne del comparto si pensava di portare il pensionamento, dal luglio 2011, a 62 anni per arrivare a gennaio 2016 all’età di 65 anni dipendenti. Oggi questo traguardo lo taglieranno entro il 2012.

Ed il resto del mondo le lavoro, quello più consistente? Non si toccherà. La ragione è stata spiegata, neanche troppo forbitamente, dal ministro del welfare Maurizio Sacconi. «Sarebbe molto più oneroso – ha detto – il settore privato è caratterizzato da una tale segmentazione da non consentire un’uguale regolamentazione previdenziale. Le donne interessate sarebbero costrette ad attendere la pensione da disoccupate». “Da disoccupate” vuol dire – allora – che il pubblico impiego è un ammortizzatore sociale, perché altrimenti le lavoratrici nella fascia tra i 60 ed i 65 sarebbero destinate alla disoccupazione? Oppure sta a significare che il lavoro pubblico ha caratteristiche tali – in termini di usura fisica, psichica e professionale – da essere “più leggero” da affrontare rispetto a quello privato? leggi…

Spazio agli umanoidi

2010 giugno 3
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D-5 is a Found Object ~ Assemblage Robot Sculpture by Dan Jones of Tinkerbots. San Diego, CACompri il giornale e leggi di uomini che “creano” la vita. O ci vanno molto vicino. E non è un romanzo di Aldous Huxley. Sesso e riproduzione, per te, ormai  è scontato non siano la stessa cosa. Eppure le maggiori testate ci aprono l’edizione mattutina. Accendi la radio e ascolti di un robot umanoide pronto a colonizzare lo spazio. Corpo, braccia, e un marchio General Motors in bella vista per missioni “inadatte agli umani” da affrontare. Eppure il presente non è più quello di una volta. Nel senso che non lo viviamo per come ce lo aspettavamo di viverlo. Quanto meno noi, nati prima del 1969, l’anno della diretta dell’uomo sulla Luna.

E ciò ci accade non solo perché Robonaut2 non porta sul petto lo stemma della U.S. Robots, l’azienda immaginata da Isaac Asimov, bensì quello di una vettura che magari stai guidando. D’altronde sono anni che Honda ti propina il suo Asimo. Ma resti perplesso, se ci badi un po’, perché magari avviene tutto così “naturalmente”, quasi passandoci sopra. Non solo confortando qualche visione della fantascienza, ma anche smentendo narrazioni di fiction televisive consolidate come Spazio 1999: quell’anno è infatti trascorso senza che il satellite della Terra sia uscito dalla sua orbita come preconizzato dalla serie tv. Insomma, siamo ormai quasi dei tecnoindifferenti.

D’altro canto mi tornano in mente le discussioni – forse bizzarre per l’età, eravamo undicenni, ma l’Austerity (1974) era di quegli anni – tra me e un mio geniale compagno di banco. Arrivai a scuola sostenendo di aver scoperto il modo per “far andare” un’auto senza benzina. Smontavo biciclette, a quei tempi. Metter dinamo sulle ruote per recuperare energia da mandare ad un propulsore elettrico mi sembrava la grande soluzione che nessuno aveva trovato. Il mio “Eureka!” alla Archimede (disneyano) fu smentito dal mio amico con l’enunciazione non so di quale legge fisica, che lui già conosceva (ovviamente). L’attrito avrebbe dissipato quel che pensavo di recuperare. leggi…

L’Artusi? Al rogo

2010 maggio 28
di Edoardo Poeta
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Foto di Mario RagonaSe applicassero il criterio della reciprocità, l’Artusi, il grande classico della cucina italiana, finirebbe al rogo. «Per decoro di noi stessi e della patria nostra non imitiamo mai ciecamente le altre nazioni per solo spirito di stranieromania» scrive. E così il grande Pellegrino snocciola a seguire, al numero 182 del celebre ricettario, una versione dei krapfen rivista e corretta. Alla faccia del Deutschland über alles. Artusi fa pure il bis nel taroccare quella che chiama una tedescheria, inventandosi perfino i krapfen II. E, tanto per gradire, dà addirittura un nome francese – gâteau à la noisette – a un capolavoro di pasticceria fatto di nocciole di Avella, provincia di Avellino. Italia.

E’ umano di contro, per tre italiani su quattro, provare dei brividi a fronte dell’abitudine belga di ‘violentare’ la carbonara con la panna senza il pecorino o quella tedesca di impiegare l’olio di semi nella cotoletta alla milanese. Per non dire del tiramisù all’olandese senza mascarpone, della caprese con formaggio industriale, della pasta al pesto proposta con mandorle, noci o pistacchi al posto dei pinoli. «La mancanza di chiarezza sulle ricette Made in Italy – secondo la Coldiretti, in un proclama fatto ieri a Bruxelles – offre terreno fertile alla proliferazione di prodotti alimentari taroccati all’estero dove le esportazioni di prodotti agroalimentari tricolori potrebbero quadruplicare se venisse uno stop alla contraffazione alimentare internazionale che è causa di danni economici, ma anche di immagine». Danno stimato in 50 miliardi di euro.

Se la crociata all’estero dei coltivatori diretti è più che sensata quando si parla di “contraffazione” circa la provenienza (di frode in commercio si tratta), prendersela con la formulazione o l’esecuzione delle ricette è, quanto meno, singolare. Si rischia infatti di entrare niente di meno che nel campo sulla libertà di espressione. leggi…

E “chissene”

2010 maggio 27
di Edoardo Poeta
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World mosaic: a tribute to flickr portraits (foto di pardeshi)Abbiamo più di un coscio di pollo sulla coscienza. In Europa ne mangiamo gran quantità, assieme al petto. Questione di gusti. E su di essi, per definizione, non si dovrebbe discutere. Solo che – nonostante le vaschette del supermercato possano magari averci convinto che esistono volatili a quattro o otto zampe – il resto della parti dell’animale finisce congelato sui mercati africani (o nel cibo per cani). Ha cercato di farcelo capire – almeno un lustro fa – la Roppa, sodalizio di agricoltori dell’Africa occidentale. Ma abituato a guardare nel piatto dove mangio, sono arrivato solo ora alla percezione del danno.

Soddisfatto il mio piccolo mondo, ho pronunciato inconsapevolmente il mio “chissene” postmoderno. In fondo è quasi la stessa logica che ti rende felice se hanno abolito l’Ici. Poi non ti accorgi che il tuo Comune non ha più soldi per i servizi sociali. Servono a te? No? E allora, “chissene”. Al posto del “libertà, uguaglianza, fraternità” siamo – come annota Zygmunt Bauman – nel pieno della “sicurezza, parità, rete”. Sicurezza la mia, parità la mia e la possibilità di collegarmi a chi mi serve quando mi serve. “La società pensala, ma non la far”, dice un motto delle mie terre.  Tutti valori che mi interessano come individuo, mica come parte del mondo. E della comunità? “Chissene”. Non è l’equivalente del “me ne frego” dei legionari fiumani, niente evocazioni fasciste per carità: lì, nella versione dannunziana (o presunta tale) me ne frego indicava “coraggio”. Il “chissene” qua è indifferenza pura.

La notizia che mi turba è vecchia, risale al Wto 2005: i prezzi stracciati del pollo senza cosce né petto farebbero una concorrenza spietata agli avicoltori africani, mandandoli sul lastrico. Stesso dicasi per i prodotti agricoli superfinanziati dalla Ue che arrivano in mercati dove le aziende sono a livello familiare. Come commentare poi gli effetti  della controversa liberalizzazione per le merci in entrata in Africa. Per non dire di quando qualcuno ha l’idea – derivata dallo schiacciamento delle mille realtà povere del mondo sullo stereotipo del “continente della fame” – di regalare cibo in zone dove magari se ne produce già. Dove insomma magari la fame non c’era, si finisce per crearla con il dumping della solidarietà. E magari siamo pure convinti di aver fatto una buona azione.

Sempre nel 2005, a Gleneagles in Scozia, i sette Grandi stabilirono un piano per raddoppiare gli aiuti al continente nero portandoli a 50 miliardi di dollari l’anno, ciascuno in proporzione alle proprie possibilità. Alla conta – nel Data Report 2010 di One, l’organizzazione di Bob Geldof e Bono – i Paesi più industrializzati escono con una figura barbina. A livelli diversi. Se gli Usa tengono la testa alta, hanno dato più del previsto, l’Italia si è distinta per aver ridotto il budget del 6 per cento, cioè a meno 238 milioni di euro. Geldof vorrebbe farci cacciare dal G7 solo per questo. Esagera, al solito. Ma la “magra” è fatta. Ovviamente c’è chi chiosa sereno, con un bel “chissene”. leggi…

La patria potestà salvata dai videogiochi

2010 maggio 26
di Edoardo Poeta
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Foto di jungmoonConfesso di essermi preoccupato, quella volta, nel vedere mio figlio più piccolo prendere a calci un pallone. A fronte alla respinta di collo del suo compagno di giochi, improvvisato portiere su un altrettanto improbabile rigore, se ne era uscito gridando un assurdo “fuorigioco!”. Lo sguardo dell’avversario mi aveva fatto temere il peggio. Lo considerava probabilmente, ad esser benevoli, un po’ fuori dal mondo. Ma il mio cucciolo era del tutto innocente: in vita sua non aveva mai visto una partita di calcio. Colpa mia, lo ammetto. Ma cosa posso farci se non riesco a star davanti ad uno schermo reso verde dal rettangolo di gioco per più di dieci minuti? E quindi, in  casa, benché per non sembrar un marziano abbia spiegato alla prole di “tifare” Milan, il gioco del pallone era pressoché ignoto. Una lacuna da far chiamare il Telefono Azzurro e mandare nella disperazione gli uffici marketing di Sky.

I guai, ovviamente, non sono mancati. Non tanto per il dover io fingere, con sforzi titanici nel non tradire la mia crassa ignoranza, di partecipare a qualche conversazione del lunedì mattina sulle sorti delle squadre cittadine. Quanto perché stavo offrendo un’educazione incompleta alla mia progenie. Crescere senza calcio in un Paese dove tutti sono ct della Nazionale, e proprio alle porte di un mondiale, deve essere spiazzante. Oltre che da genitori incoscienti. Portarli allo stadio per non rischiare la patria potestà? Accompagnarli con fare complice – e un’ipocrisia impossibile da celare – al campetto di allenamenti della squadra di serie A a due passi da casa? E , poi, neanche  sbadigliare un po’?

Niente di tutto ciò. La salvezza, inaspettatamente, me l’ha servita su un piatto d’argento Fifa 2010. Sì, un videogioco. I ragazzi, senza che il padre latitante se ne curasse, hanno infatti iniziato a picchiettare sui tastini della Nintendo per ore. Giocano a pallone. Fanno altri sport nella vita di tutti i giorni, per muover i loro muscoli. Il calcio, invece, lo praticano esattamente come la stragrande maggioranza degli italiani: da seduti. leggi…

Il ratto della Sabina

2010 maggio 26
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di Edoardo Poeta
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Il ratto delle Sabine del Giambologna (foto di atrogu)Se passa la manovra, potrò dire di essere nato in una provincia che non c’è più. Infatti, Rieti – creata artificialmente da Mussolini nel 1927 – ha 159 mila abitanti. Ben al di sotto, dunque, dell’asticella dei 220 mila residenti che le eviterebbero lo scioglimento, al pari di ulteriori otto amministrazioni  provinciali in Italia. Ad onor del vero ce ne sarebbero anche di altre parimenti spopolate. Ma siccome appartengono a Regioni a statuto speciale o confinano con stati esteri, si salveranno. Zampino leghista? Forse. Resta il fatto che la breve vita della Provincia di Rieti, 83 anni, fresca di trasferimento in un palazzone nobiliare del centro città dopo esser stata per decenni oltre il fiume Velino, sembra ormai segnata. Hai voglia a tirar fuori i quarti di nobiltà, come i natali di Lucio Battisti o gli atti di Francesco da Assisi.

Quel che è “divertente” – e si fa per dire – è il senso di smarrimento che sembra cogliere i reatini e i sabini. La distinzione tra i due “popoli” sa di finezza, ma chi li conosce ne capisce l’evidenza. Fabio Melilli, il presidente dell’amministrazione provinciale -  ironia del destino:  già  presidente dell’Unione province d’Italia – è, oltre che contrariato, a dir poco perplesso di fronte alla prospettiva che la confinante Roma abbia una sua area metropolitana. «Aspettiamo con ansia – dice – che il Governo ci spieghi, visto che dovrà sparire la Provincia di Roma, se dobbiamo essere accorpati a Terni a L’Aquila, o ad Ascoli e in quale Regione finiremo».

Infatti il punto è proprio questo. Rieti come provincia “non esiste” . Ma neanche sa dove andare. Il Reatino non ha una “unità socioculturale”, come quella di una “nazione”, per intenderci. L’anno scorso sventò la secessione di Leonessa verso l’Umbria. Periodicamente fa i conti con le spinte centripete verso l’Abruzzo delle fasce a est. Per non dire di quelle della porzione di Bassa Sabina ad ovest, incuneata tra il Viterbese e il Ternano. Neanche la stessa definizione di Sabina è tutta d’un pezzo. Esistono – raccontano gli archeologi – una Sabina tiberina, una romana, una velina e, forse, se la memoria non mi tradisce, finanche una picena.

Non parliamo dei dialetti, diversi tra di loro come poche volte. Il motto della Provincia d’altronde  è Tota Sabina Civitas, “tutta la Sabina è una città”. Sembra quasi “l’uniti nella diversità” della Ue.  Una eterogeneità tale che si percepisce perfino quando si parla di punti fermi in termini cartografici.  In provincia di Rieti ci sono infatti la bellezza di due “centri geografici d’Italia”: uno in una piazza del capoluogo, simboleggiato da una sorta di gigantesco monumento al Bel Paese (quello della Galbani, non la Penisola). Ed un altro tra Antrodoco e Borgovelino nel cortile di una stupenda chiesa romanica. Vai a capire quale è quello giusto, mentre pure Narni – dalla vicina Umbria -  reclama la primazia del suo umbilicus Italiae. leggi…

La scuola dei Righeira

2010 maggio 26
di Edoardo Poeta
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Foto di downing.amandaLa scuola sta finendo e un anno se ne va. Ma stavolta la campanella potrebbe tornare a suonare a ottobre, anziché a settembre, salvando così da una “prematura” fine stagione l’Italia sotto l’ombrellone. Una preoccupazione degna dei Righeira, quelli del tormentone anni Ottanta de L’estate sta finendo. L’idea, espressa addirittura sotto forma di disegno di legge – il n. 409, un solo articolo: “Per le scuole di ogni ordine e grado l’anno scolastico ha inizio dopo il 30 settembre” – è arrivata in sede referente alla commissione Istruzione del Senato. Se ne discuterà domani, 27 maggio.

«Posticipare l’apertura dell’anno scolastico potrebbe aiutare molte famiglie e dare anche un aiuto al settore turistico». Le parole del proponente, il  senatore Giorgio Rosario Costa da Lecce, avrebbero potuto scaldare Michela Vittoria Brambilla. Ed invece, se la ministro del Turismo si interroga sulle conseguenze per le famiglie di una simile “trovata” (analoga, ma non identica, ad una di qualche tempo fa del duo Rutelli – Fioroni), al contrario ne appare paradossalmente entusiasta quella all’Istruzione, Mariastella Gelmini. La responsabile del dicastero di viale Trastevere fa di più, ripete a Sky Tg24 quasi parola per parola le tesi di Costa: «uno slittamento dell’inizio dell’anno scolastico potrebbe aiutare le famiglie a organizzare meglio il periodo delle vacanze e dare anche un aiuto al turismo».

In Europa, tanto per tirar fuori la testa dallo Stivale, la stragrande maggioranza dei Paesi inizia l’anno scolastico da settembre (tranne il nord Europa, Germania e Liechtenstein che partono da agosto). Fa eccezione solo la caldissima Malta, che comincia a fine settembre. Tornare tra i banchi ad ottobre, per l’Italia, non sarebbe una novità: negli anni Sessanta e Settanta era già così. Peccato che nel frattempo la famiglia patriarcale si sia dissolta, imperversino coppie scoppiate, genitori single, lavori a singhiozzo o orari tali da rendere un problema proprio “a chi affidare i figli” quando sei al lavoro. Per non dire di quanti, in tempi di magra come questi, non hanno i soldi per pagare un qualche servizio. leggi…

Caffè turco

2010 maggio 19
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di Edoardo Poeta
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Masochist's Moka Express di p!oNe ho bruciate due. Dimenticate sulla piastra, ho ritrovato al posto della Moka Express, fumante di caffè bollente, degli ammassi roventi di bachelite e alluminio. Ma insisto, seppur io adori l’espresso: niente cialde, capsule inquinanti o polveri da schiacciare. Continuo a caricare la macchinetta. L’oggetto è anni Trenta, art dèco. Ma sarà colpa dell’omino con i baffi dei Caroselli di cui mi devo esser imbibito da ragazzino – benché nato dopo gli anni Cinquanta (epoca in cui il pupazzo venne disegnato da Paul Campani) – continuo a considerare quella caffettiera, anzi “la caffettiera”, un vezzo di italianità. Ricordo con affetto le lezioni di caffè all’italiana che impartiva mia madre al campione di scacchi svizzero conosciuto in camping. O il traffico di gente per una tazzina attorno alla nostra tenda al Bois de Boulogne.

Ma la fabbrica delle Moka non esiste più. La Bialetti, la storica azienda che detiene il brevetto della caffettiera, ha ribadito di aver deciso di chiudere lo stabilimento di Omegna, quello delle macchinette per caffé in alluminio, per colpa del crollo di un terzo del volume di affari. La causa? Le macchine elettriche. Sì, le varie Nespresso (svizzera, ironia della sorte) e affini, hanno fagocitato il mercato. La gente non combatte più con il cucchiaino, l’acqua e le guarnizioni da cambiare. Infila nella fessura la cialda o la capsulina e aspetta che il caffè – con la giusta cremina galleggiante – riempa la tazzina. Non so perché, ma la vicenda mi ricorda quella delle cosce di pollo al banco carni del supermercato: i bambini pensano, talora, che esistano a prescindere dal volatile di cui erano naturale e zampettante dotazione. O i deodoranti che coprono anche l’odore originario, non necessariamente il puzzo, della nostra pelle. leggi…

I tag, Babele e ritorno

2010 maggio 18
di Edoardo Poeta
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Thomas_HawkNell’immenso disordine che regna nella Babele della mia biblioteca domestica si sono creati, stamane, due vuoti che attendono di esser colmati. Il primo è per un testo di David Weinberger, uno degli autori dell’ipercitato Cluetrain Manifesto (qui in italiano), quello dei mercati sono conversazioni, per intenderci. Si intitola “Elogio del disordine” (Everything Is Miscellaneous, nella versione inglese) ed in 365 pagine promette di svelare la potenza del nuovo disordine digitale. Una serie di argomentazioni sul “nuovo ordine dell’ordine“  che fa il paio, per contrasto, con l’altro posto vuoto sulla mia libreria: “La vertigine della lista”  di Umberto Eco (la recensione di Apogeo). Li ho già messi tra i desiderata su Anobii ed appena terminato l’ultimo libro che sto leggendo, li affronterò. Anche se non so, ovviamente, in quale ordine.

La lista è ricerca di un criterio per fare “ordine”, lo dice pure il risvolto di copertina del volume a firma del semiologo alessandrino. Il tag, del quale, invece, argomenta Weinberger a proposito di disordine (e non senza critiche) appare un metodo per la definizione di n criteri. L’etichetta, benché possa sembrare un atto minimo e residuale dello stare connessi, ha tanto appassionato pure Derrick De Kerckhove: «Il tag è il messaggio». Per non dire di Roberto Maragliano, che ne ha fatto un esperimento tutto italiano dove l’emersione della lista o, meglio, della non gerarchia di una nuvola di etichette è affidata non solo al singolo, ma anche alla cooperazione degli altri: ThinkTag. D’altronde questa smania di “etichettare”, di taggare, senza una tassonomia predefinita – così, pragmaticamente e senza un’astrazione classificatoria preventiva (e un po’ velleitariamente platonica), può rappresentare l’unico possibile fil rouge nella selva delle connessioni che (co)estiste nel web ormai tracimato nella vita quotidiana. Basti, come test embroniale, il progetto Semapedia e a quanti altri possono seguirne l’esempio.

Caotico esistenziale accumulo oggetti, ritagli e pubblicazioni che lì per lì catturano il mio interesse in vista di un uso successivo. Uso post-it gialli come segnalibro, impiastro a matita i bordi bianchi dei libri e fotocopio quel che posso. Tutti metodi collaudati, direi da decenni. Ma al momento del bisogno non riesco ad aver ricordo di tutti e maledico il non averli taggati in un qualche database. Insomma, vorrei tanto “etichettare” la realtà. Ho perfino trovato un applicativo Linux per farlo: ai pigri e i tradizionali(sti) offre le classiche collezioni, ai disordinati di buttar dentro il database e appiccicarci qualche cartellino di riconoscimento. Tempo fa trovai illustrato in un catalogo uno scanner che grazie ad etichette RFID ritrovava documenti in mucchi informi di carte. Inutile dire che mi sono perso il catalogo. leggi…

Scuola: poveri, ma belli

2010 aprile 30
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Foto di Darwin BellA scuola di Facebook
«In classe giochiamo a Facebook». Parola di tuo figlio, seconda elementare. Se però pensi di scuotere il capo brontolando qualche frase sconnessa sulla pervasività delle mode tecnologiche, devi ricrederti. Il social network le maestre – e non sono delle under 40 – lo hanno messo in piedi con i quaderni a righe e a quadretti. Niente soldi, zero internet e, soprattutto, tanto “mestiere” di insegnare. Hanno chiesto agli alunni di autopresentarsi – descrivendo gusti, aspetto e quant’altro – per poi far scambiare i loro quaderni con altri studenti in erba di una scuola lontana qualche chilometro. Senza mai vedersi di persona. Avrebbero poi deciso i bambini, sulla base di quegli elementi, se stringere “amicizia” – e scambiar messaggi (su carta) – con i coetanei dei quali possedevano solo la presentazione cartacea. L’educazione alle relazioni “mediate”, sebbene non ancora attraverso la rete, parte sempre dall’ABC. E queste insegnanti hanno intuito che con un esercizio linguistico – di “italiano”, se parliamo di materia – avrebbero permesso ai ragazzini di iniziare a sperimentarsi con qualcosa che troveranno nel mondo “là fuori”. Anche in termini di consapevolezza delle differenze culturali. Il mio piccolo è rimasto male – ma anche cosciente che al mondo non la vediamo tutti allo stesso modo – dal veder respingere la “richiesta di friendship” da una bambina dell’altra scuola con la motivazione: «Mio padre dice che le femmine non possono fare “amicizia” con i maschi».

Insalata a ricreazione
Invitato da un Linux User Group a giocare con OpenOffice Writer assieme ai bambini di una scuola elementare della provincia di Roma, sono stato accolto in classe da un intenso odore di cipolla appena tagliata. Ma la mia sorpresa è divenuta ammirazione quando al suonar della campanella della ricreazione ho visto bambini e bambine tagliuzzare insalate e lavare ortaggi nell’aula accanto. «Fanno l’orto nel giardino della scuola e per merenda mangiano quel che raccolgono. leggi…