Italianicidio

2012 maggio 1
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di Edoardo Poeta
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Traumatizzare i bambini è criminale. Metterne in crisi le certezze linguistiche un delitto verso il domani. Bisognerebbe evitare di scompaginare loro le poche pagine di dizionario che sembrano dominare. Eppure, in questo mondo, non sai più chi possono incontrare per strada. Che rispondere infatti a tuo figlio quando – di ritorno da un passaggio in auto sul lungotevere – ti interroga: «Papà, cosa significa femminicidio»?

Sì, femminicidio. Va in crisi non solo il correttore ortografico del wordprocessor, ma anche quella che credevi essere una tua convinzione profonda: la lingua è un organismo vivente, che cresce e si trasforma. Questo stupro concettuale vorrebbe significare, secondo gli autori, che si sta parlando dell’uccisione di una donna. Un reato orribile, per carità. Contro il quale costoro si schierano. E, ovviamente, anche io.

Usare però il termine femina in contrapposizione a quello di homo – in latino essere umano – è come dire di esser contrari all’uccisione delle femmine. Quindi “no” alla soppressione di tutti gli animali di quel sesso? Non credo sia questa è l’intenzione di chi ha coniato questo assurdo neologismo (di derivazione antropologica americana). Ma questo fa. Non riesco a non ribellarmi.

Nello sforzo di dar un senso alle parole, ma anche di mantenermi nel buon gusto linguistico, ho sempre evitato come la peste espressioni quali “assessora” o “sindaca”. Non esistono in italiano, seppure essendo la lingua un organismo vivo presto vi entreranno. Grandi danni, oltre a quelli della cacofonia, non ne produrranno. Ma un termine sbagliato nella “radice”, temo di sì.

Ed eccomi allora che mi tocca lottare contro questo termine insidioso: femminicidio. Mi sa brutto pure a vederlo scritto. Perché è insidioso? Con 54 delitti fino ad oggi nei confronti di  donne (non femmine tout court, sia ben chiaro) è facile prendere la croce del maschilista sulle spalle. Di quello che per amor di Crusca offende le donne. Ma le donne sono “persone”, non “femmine”. Esattamente il contrario di quella “mercificazione” del corpo delle donne che si è giustamente combattuta, seppur talora scivolando nel moralismo, e che ora trova una prosecuzione nella battaglia contro il “femminicidio”. Risparmiamo però, in questa giusta guerra al crimine e per il rispetto degli esseri umani di sesso femminile, la lingua italiana e le sue radici. A meno che non si dimostri che gli antichi abbiano detto Homo homini lupus e pure Femina feminae lupa

Un amore di vigile

2012 febbraio 16
di Edoardo Poeta
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Ripensarci in “amore” non è un buon segno. Ma seppure San Valentino – protettore degli epilettici – è passato da un paio di giorni, mi tocca tornare sull’argomento. E non perché mi sia dimenticato di celebrare quel martire ternano (poi qualcuno, prima o poi, mi dirà perché il patrono degli innamorati è un martire), bensì a causa delle statistiche del mio blog. Paludoso luogo della rete, questo diario pubblico ha avuto un picco di visite il 14 febbraio. Il giorno prima avevo postato un testo sulla leva militare sopravvissuta alla presunta abolizione dei coscritti, e mi stavo per meravigliare di tanto interesse.

Poi, uno sguardo su cosa avevano scritto i miei visitatori nei motori di ricerca che li avevano portati a me mi ha lasciato di stucco. Avevano cercato: “baci perugina”, “bacio perugina”, “cuore baci perugina”, “foto base biglietto baci perugina”. Perfino un singolare “baci perugina polizia municipale”, e mi chiedo mai chi fosse che si era lanciato nell’ardito abbinamento. Ad attirarli come mosche al miele un post dal titolo “I baci di una volta”. L’argomento del testo era legato alle traduzioni politicamente corrette di una frase erroenamente attribuita a Flaubert da parte di Perugina, azienda del gruppo multinazionale Nestlé.

Stento a credere che Google abbia trovato una pertinenza tra le intenzioni di chi cercava, magari, immagini delle praline per – chissà – condividerle via Facebook sulla bacheca dell’amata o dell’amato e quelle quattro parole in fila. Idem per la traccia lasciata in rete da altri e precedenti lettori di quella storiella, che potrebbe aver condotto qualche penna di debole fantasia a cercare ispirazione per il biglietto di auguri di San Valentino da quelli che avvoltolano i cioccolatini. In fondo internet avrebbe potuto evitargli un’indigestione, dato che – con qualche parola chiave e un po’ di fortuna – il malcapitato innamorato non avrebbe dovuto starsene a mangiar una scatola intera di Baci Perugina fino ad imbroccare la frasetta ad effetto di suo gradimento. D’altro canto qualche problema con la lingua italiana deve averlo avuto anche chi ha cercato “come e’ il plurale di bacio”.

Resta però ancora irrisolta, al di là di qualunque mia congettura, la ragione di una chiave di ricerca che ha messo assieme polizia municipale e Baci. A meno di non dar per buona una voce, raccolta su un forum ma non confermatami da altre fonti, che voleva il sindaco di Perugia – per ragioni di sponsorizzazione – intenzionato a inserire sulle divise dei vigili urbani della città del Grifo bottoni a forma di Bacio Perugina. Altro che Fiumicino quando varò la campagna che premiava gli utenti della strada virtuosi con Giancarlo Magalli nei panni di “Un amore di vigile” (alla quale, ahimé, lavorai anch’io). Se così fosse stato, nel capoluogo umbro ci sarebbe stato spazio anche per arricchire i foglietti delle contravvenzioni con i celebri aforismi. E magari una pralina per addolcir la pillola…

 

I ragazzi della leva militare del ’95

2012 febbraio 13
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di Edoardo Poeta
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Militarista? Mai stato. Consapevole, questo sì, che la guerra è un mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali e quindi anche che un esercito, purtroppo, serve. Ma se qualcuno mi fosse venuto a dire fino a poco fa che in Italia esiste ancora la leva, gli avrei dato del disinformato.

«La naja è stata abolita dal 2005» avrei ridacchiato. Ma quel sarcasmo mi è andato di traverso di fronte all’Albo pretorio. Ho guardato la data due volte: era febbraio 2012 e quella lista – con nome e cognome – era di ignari giovanotti classe 1995.

Sono stati tutti iscritti alla leva, in virtù “dell’articolo 63 del Regolamento sul reclutamento dell’Esercito” risalente al 6 giugno 1940. Una data quattro giorni precedente a quella in cui un uomo vestito di nero si sarebbe poi affacciato da Palazzo Venezia gridando – con una mimica degna di un buffone – che era giunta “L’ora delle decisioni irrevocabili”.

Una barzelletta, se non fosse finita in tragedia. Come una burla all’italiana potrebbe apparire questa storiella dei coscritti inconsapevoli. Ma gratta gratta – come per gli eserciti di cartapesta – esce fuori che mai è stata abolita la leva obbligatoria, diciamo è stata solo accantonata. Perché costava troppo o per quale altra nobile ragione?

Di fatto è rimasto in piedi tutto l’apparato burocratico che nei comuni – anziché far altro e per il quale “altro”, spesso, è a corto di forze – deve perder tempo per compilare, pubblicare, emendare e chissà cosa altro le liste di leva. Tutti soldi che si potrebbero risparmiare, a meno che – un domani – non si decida di chiamare di nuovo i nostri piccini, convinti di esser esenti dalla naja, a marciare invano per dodici mesi in qualche polveroso piazzale. Cosa che evitai volentieri e eviterei a tanti giovani, semmai magari impegnandoli – in alternativa – in qualcosa di davvero più utile per la comunità. (Io? Feci il carabiniere… :-) )

 

Salvato da una robiolina

2012 gennaio 30
di Edoardo Poeta
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Un bicchiere di latte al giorno, toglie le dimenticanze di torno. La tesi appartiene a uno dei soliti studi americani – e chissà perché sempre a stelle e strisce – che i giornalisti italiani adorano rilanciare. Un po’ come le statistiche: più bizzarre sono, più fanno notizia. Poi chissene se il campione rappresentativo sono quattro gatti.

Il latte, dunque, sarebbe la “benzina del cervello”, scrive l’International Dairy Journal. Ora, non ricordo bene da quanto tempo, ma mi pare dalla tenera età di 11 anni, vivo in una perenne austerity. Nel senso cioè che a me, da allora, quel dolce liquido bianco fa male alla testa. Intendo “mal” di testa, non stimolo cerebrale, ovviamente.

E così oggi scopro che nonostante i quintali di pesce che devo aver ingurgitato in più lustri, degli scienziati del Maine hanno definitivamente decretato a cosa sono dovuti i miei limiti. E dire che pensavo – sempre per rispondere a una convinzione, tanto ingiusta quanto radicata – fossero traccia indelebile impressa sui miei neuroni dalla permanenza, per i dodici mesi della leva, in una particolare forza armata.

Gli studiosi hanno misurato le performance cerebrali di oltre 900 uomini e donne tra i 23 e i 98 anni d’età, sottoponendoli a test in cui sono stati valutati 8 diversi parametri chiave. I risultati sono stati “significativamente migliori” per chi consumava più latte e latticini. E qui stracchini, burrate, mozzarelle e fior di latte devono essere state le mie inconsapevoli ancore di salvezza da uno stato di prematura demenza giovanile. Forse qualcosa mi fa pure il caffè schiumato, che quando l’ho chiesto a Firenze mi hanno guardato con occhio smarrito. Dimentico nomi e cognomi, ma non i volti. Lascio tranquillamente le macchine da caffé sul fornello, ma non la Nespresso accesa. Insomma, riesco – come fatto stamattina – ad uscir di casa dimenticandomi di girar la chiave della porta, ma per lo meno chiudo l’uscio. Merito di qualche robiolina fresca. E’ evidente.

Quando l’ho mangiata l’ultima volta? E chi se lo ricorda…

Prendi 2 sottosegretari, ne paghi 1

2011 dicembre 1
di Edoardo Poeta
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«Lo conosco di fama, so che è un uomo che ha una competenza scientifica di alto livello. E’ stato molto attivo nel Nord America e sono sicuro che ci porterà un valore aggiunto». A parlare – con una nota stampa – è il ministro delle Politiche agricole Mario Catania. Si riferisce a Francesco Braga, professore all’Università di Guelph, perché di fresca nomina a sottosegretario all’Agricoltura. Stessi elogi dal presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento Ue, Paolo de Castro. Peccato che il premier Monti abbia indicato per quel ruolo un altro Braga, il quasi omonimo Franco, professore universitario sì, ma espero di costruzioni antisismiche.

Scherzi da governo degli “sconosciuti”, quanto meno per addetti stampa (le congratulazioni di rado sono scritte di loro pugno dai politici) e – soprattutto – per i giornalisti. Il “falso” Braga è stato intervistato Radio 24, “Un giorno da pecora” e pure dalla Bbc. Il fatto è che il “vero” Braga con l’agricoltura poco o niente ha a che fare e pertanto scrutando tra i curricula, è parso logico a giornalisti e burocrati che fosse il docente canadese, e non  quello italiano,  il sottosegretario giusto al posto giusto.

Poi, visto che nessun Braga si presentava a giurare (l’autentico Braga si dice sia rimasto scornato del non esser assegnato alle Infrastrutture), sono sorti i primi dubbi. Da quello surreale del ministero delle Politiche agricole, che ha mandato in Canada un’email per aver conferma al Braga di là che fosse lui il sottosegretario (“Ma non dovreste dirmelo voi?” avrebbe risposto). A quello pirandelliano del presidente di Fedagri, Maurizio Gardini: «Visto che nel comparto agricolo è in corso un difficile negoziato, sarebbe un evidente vantaggio per il nostro ministro tecnico Catania l’essere affiancato da un sottosegretario altrettanto tecnico e che abbia una comprovata esperienza nel settore». Tradotto: visto che la sorte ce l’ha dato, meglio il “canadese” esperto di agroalimentare.

Ma se tutto questo che sembra un paradosso, in tempi di vacche magre, non possa esser preso al balzo da Monti? E che nella ventata di contenimento dei costi della politica si acchiappi al volo la formula “paghi un sottosegretario e ne prendi due”.

Libri di test

2011 novembre 28
di Edoardo Poeta
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Una volta lo spauracchio era il compito in classe di matematica. L’espressione che non tornava, magari perché ti era sfuggita una parentesi o quei problemi pieni di contorsioni mentali (che solo qualche adoratore del Dio Numero era in grado di concepire) erano tutti in condizione di togliere il sonno agli studenti. Ma non ai professori. Oggi, invece, a passar le notti in bianco in vista dell’esame di fine anno sono entrambi. Tutti sulla stessa barca di fronte alle nubi tempestose dei test Invalsi all’orizzonte, quello nazionale del 18 giugno 2012. E quel rompicapo che sarebbe dovuto servire a misurare le competenze – e le performance della scuola italiana – è diventato una materia. Con tanto di libri di testo.

Il pensiero è talmente incombente per professori (e si suppone per gli studenti) che iniziano a preoccuparsi sin da ora, dopo pochi mesi dall’inizio dell’anno scolastico. La ragione è presto detta: quelle sciarade – di italiano o di matematica che siano, tali rimangono – non servono soltanto a misurare le competenze dei nostri baldi giovani, ma sono stati infilati, con sublime colpo di genio dello staff Gelmini – quello del tunnel dei neutrini d’altronde – pure tra le valutazioni per consguire il sudato diploma di terza media. Insomma, il test fa punteggio, assurgendo da semplice metodo di misurazione a quarta prova.  Stando poi a voci raccolte nei corridoi di viale Trastevere da qualche cronista, in futuro potrebbe finire dentro questo calderone, degno di un quiz per la patente, anche la prova di matematica e quella di inglese. Da brivido.

Il vero paradosso, però, non è solo questo del trasformare il “saper far di conto” in una misurazione, cadendo nello stesso equivoco di chi confonde la meritocrazia  con la (terrificante) selezione. I rappresentanti delle case editrici che sono stati sguinzagliati all’interno delle scuole e stanno piazzando – a prezzi modici, ma pur sempre a carico dei genitori –  manuali per la prova Invalsi. Non sono saggi di approfondimento per i docenti, sia chiaro, ma testi di studio per i ragazzi. Insomma, il test Invalsi è diventata una materia.

La follia dell’operazione è palpabile, in inglese – dove la tecnica del test deve esser stata più diffusa in passato – la chiamano teaching to the test. E’ un po’ come se si studiasse per portare a casa un bel voto e poi a quel paese se non ne sai un emerito cavolo, con buona pace degli sforzi di quelli che cercano di educare i figli esattamente al contrario.

Che la scuola potesse essere educativa è una segreta speranza di ciascuno, ma che si riveli diseducativa quello proprio è duro da mandar giù. Si aggiunga che i nostri ragazzi saranno bravissimi a far test Invalsi e nelle classifiche internazionali potremmo finalmente incalzare – sulla carta – il sistema scolastico della Finlandia. Poi se i ragazzi non sapranno un tubo, poco importa, di certo la furbetta Italia farà la sua brava figura. (Di merda, si intende). Al solito, di fronte a questo scoramento, torno ad agognare all’eliminazione del valore legale al titolo di studio, cosicché magari le scuole-volpi potranno, quanto meno, essere portate davanti all’antitrust per pubblicità ingannevole a mezzo Invalsi. Ma so che non potrà essere così. Ed ormai mi aspetto soltanto che, dopo i manuali per preparare i test durante l’anno scolastico, come “testo per le vacanze” sarà consigliata ai ragazzi la Settimana Enigmistica.

Ansia da prestazione verbale

2011 settembre 30
di Edoardo Poeta
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Neofiti del sesso, sportivi della domenica, videogamers alle prese con Angry Birds ed iper egocentrici fanno esperienza – spesso – dell’ansia da prestazione. L’ansia da dichiarazione invece, al di fuori dei patiti dei social network, resta appannaggio di una ristretta cerchia: politici o aspiranti tali. Un mondo parallelo, fatto di parole, con i suoi rituali e i suoi schiavi del terminale: baldi addetti stampa inchiodati davanti al flusso delle agenzie sullo schermo, messi lì per scovare qualcosa da far commentare al proprio datore di lavoro. Dal compleanno della starlette di turno alla fresca nomina nel più secondario e inutile carrozzone di Stato, fino ai lutti (un must) ed alle relative condoglianze.

Meccanismo infernale, questo, colmo di virgolettati, dichiarazioni di portavoce, prese di posizione a nome di questo o quel politico. “Scucuzzate”, come chiamava un caro e salace caposervizio i testi gonfiati a dismisura per riempir uno spazio troppo grande sulla pagina, inesorabilmente destinate a rimanere relegate tra i lanci delle agenzie di stampa (che ci campano, facendosi pagare – a convenzione – i loro servigi). A vederlo è un surreale balletto di parole che non finiranno mai, o quasi, sugli organi di informazione, quelli per i quali apparentemente vengono prodotte ogni giorno queste centinaia di dichiarazioni.

Ma va detto il “politico” è – antropologicamente – un animale dichiarante. Ricordo con un sorriso la tremenda burla ad una collega di scrivania – in una piccolissima redazione di provincia – cui feci credere di esser stata cercata dall’agente di Raul Bova. Motivo: un’intervista esclusiva alla star. Le consegnai il numero di cellulare dell’attore – in realtà il mio, che lei aveva ma non riconobbe. A risponderle, dal bagno del giornale, il responsabile dello sport che stette al gioco per quasi un’ora di dichiarazioni. Presa dalla frenesia, la simpatica cronista, iniziò a ributtar giù l’intera pagina su cui aveva lavorato fino a quel momento per far spazio alla notizia di “Bova in città”. Poi, fulminata non so da quale pensiero, impugnò il telefono e chiamò la sua fonte abituale, l’assessore comunale a cultura e spettacoli, per rimproverarlo di non averla avvisata della presenza nel teatro cittadino di cotanto personaggio. Il politico, con nonchalance, iniziò a risponderle che la presenza di Bova (il quale, ignaro, era altrove) era merito suo:  aveva portato nel territorio un set cinematografico e via dichiarando. Una sequenza di clamorose balle che solo l’intervento di tutta la redazione evitò venissero pubblicate dalla collega, assieme – beninteso – alla bufala di Bova in città.

Di questa ansia da dichiarazione leggi…

Il navigatore serve

2011 agosto 30
di Edoardo Poeta
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Prima era un sospetto. Ora è quasi una certezza. Il navigatore satellitare mi ha costretto l’altro giorno, e per più volte, ad un tortuoso giro tra i sensi unici sotto la Certosa, a Firenze, quando invece sarebbe stato più semplice – e breve – tirar dritto per la via principale. Quasi che l’aggeggio mi volesse dimostrare – ed è di questo che mi trovo sempre più persuaso – della sua indispensabilità. Non che fosse un disegno preordinato di qualche astuto programmatore nei panni del grande fratello del marketing, quanto semmai un naturale portato dell’ibrida esistenza che conduciamo.

In effetti, una volta imboccato il labirinto al quale mi aveva indotto la voce guida, non mi restava che il gps per ritrovar la strada giusta: da solo non ne sarei mai uscito, se non dopo magari un quarto d’ora di tentativi andati a vuoto. Altro che i paradossi della scuola “fatta” per gli insegnanti o gli ospedali per i medici, ricavati dal sempre troppo (da me) citato Ivan Illich. Questo è anche peggio: è automatico, non frutto di una distorta dinamica sociale. Non vale neanche la considerazione che talora le tecnologie, quando sono troppo nuove, inducono alla autoreferenzialità. Fu così – agli inizi – per la stessa internet, a lungo usata per parlar della rete, ma non oggi per uno strumento ormai “vecchio” come il TomTom e i suoi fratelli.

E’ questione semmai di topografia, se non addirittura di geografia. Alla strada si affianca la sua rappresentazione grafica istantanea, una interpretazione simbolica che tendiamo a preferire a quella percepita oltre il lunotto perché più ricca dell’originale: ci dice se dietro la curva c’è un autovelox, quanto manca al prossimo ristorante o se c’è una coda in vista. Un po’ come essere una mosca in volo e vedere le piste celesti che all’occhio umano sfuggono. Lo strumento ci conquista, e conquista soprattutto la nostra fiducia. Tranne magari quella di tua moglie, che nei panni del passeggero contesta apertamente le istruzioni dell’aggeggio: ma la interpreto più come idiosincrasia femminile per mappe ed affini che non come la pragmatista diffidenza verso gli algoritmi delle carte georeferenziate.

Qualche tempo fa su Science è apparso uno studio che dimostrebbe quanto la gente tenda a confidare nella propria capacità di trovare quel che cerca – anziché ricordarlo – attraverso i motori di ricerca. Non che stiamo diventando più scemi, abbiamo solo cambiato il modo di ricordare. Un processo iniziato parecchi secoli fa con la scrittura e poi proseguito con la stampa ed i libri. E non mi pare che, nonostante le critiche (a partire da quelle dello stracitato Socrate del Fedro), si sia diventati più cretini. Tutt’altro. leggi…

Democrazia contabile

2011 agosto 26
di Edoardo Poeta
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“Tutto è permesso, tranne quel che è probito”. Un epigono Jacques II de Chabannes de La Palice – cui è attribuito l’epitaffio Un quart d’heure avant sa mort, il était encore en vie (Un quarto d’ora prima della sua morte, era ancora in vita) – vuol riscrivere la Costituzione. Proprio così. La riforma dell’articolo 41 della Carta della Repubblica italiana – senza la quale, secondo certi soloni, non ci sarebbe libera iniziativa privata – dice infatti proprio questo: «L’iniziativa economica privata è libera». Punto. Nulla di più. Tana libera tutti e un bel pernacchione ai costituenti. Sarebbe da sbellicarsi dalle risate leggere una tale non norma su una carta costituzionale, se non fosse vero.

Come vero è il livello giuridico – e politico – di chi fa questo genere di proposte. Un test? La cancellazione delle Province, da farsi per legge ordinaria anziché costituzionale. E’  la Costituzione a prevedere quel tipo di ente locale. A meno che qualche furbetto legislatore abbia letto la Costituzione pubblicata sul sito del Senato dove compaiono le “Provincie”, con la “i”, e abbia pensato di spacciarlo per un altro ente. Un decreto adottato poi senza riflettere che l’ iniziativa sarebbe spettata alle popolazioni residenti (sempre come previsto dalla “centralista” – altra baggianata quella di chi sostiene questa natura “non decentrata” – Carta del 1947). In realtà c’è di peggio. C’è la profonda e antidemocratica convinzione che i numeri debbano prevalere. Sì, è un’idea antidemocratica come tutte quelle che si prendono gioco delle minoranze e che fanno sentire magari  chi vince le elezioni al di sopra della (liberale) divisione dei poteri o sull’altrettanto liberale corte costituzionale.

“Cancelliamo le Province sotto i 300 mila abitanti o quelle più piccole di 3000 kmq” è stato detto. Tradotto: cancelliamole dove ci sono meno elettori, dove se qualcuno grida si sente di meno. Anche perché, in genere, stanno pure lontani tra di loro e non riescono a coordinarsi (se non ci fosse una Provincia a farlo per loro). Il risparmio? Solo 300 milioni di euro leggi…

Finzioni legali

2011 agosto 24
di Edoardo Poeta
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Samsung ha prodotto un tablet, Apple ha accusato l’azienda coreana di aver copiato il suo iPad e un giudice tedesco ne ha disposto il ritiro dal commercio. Eppure, secondo gli avvocati che difendono il Galaxy Tab 10.1, la casa di Cupertino non avrebbe diritto a rivendicare nessun brevetto perché i tablet sono stati “inventati” prima, nel 1968. Da chi? Dagli autori del celeberrimo film di Stanley Kubrick “2001: Odissea nello Spazio”.

«In una sequenza del film della durata di circa un minuto – scrivono i legali della Samsung – due astronauti stanno mangiando e al tempo stesso utilizzano un tablet PC». A riprova, ovviamente, allegano un link a YouTube (la sequenza). «Come descritto nel brevetto 889 D – aggiungono con il loro stile da giuristi – il tablet presente nella clip ha una forma rettangolare con uno schermo dominante, bordi stretti, una superficie frontale prevalentemente piatta, una superficie posteriore piana (che è evidente perché i tablet sono appoggiati su un tavolo), e un form factor sottile». E come se non bastasse dei simil iPad si vedono in una serie anni 70 della tv inglese “The tomorrow people” e in vecchi episodi di “Star Trek”.

La finzione ha invaso la realtà? Probabilmente. Ma forse il reale e la fiction sono sempre state confuse tra loro e ce ne accorgiamo solo ora. D’altro canto la porta di interscambio tra reale e virtuale si è spalancata grazie alle periferiche digitali connesse in rete. Ho appena chiesto il “collegamento” su Linkedin – quella che su Facebook si chiama amicizia – a Lisbeth Salander, professional hacker presso Milton Security. E confesso di esser vagamente in ansia per vedere se mi accetta. Non c’è però bisogno di dire che Lisbeth è “solo” un personaggio, anzi “il” personaggio, della trilogia Millennium di Stieg Larsson e quindi – teoricamente – non esiste. Ma ben 18 dei miei contatti hanno già stretto amicizia con il suo profilo (gestito da una società di comunicazione). Perché io no?

Bizzarrie di questo mondo (post)moderno, drogato di virtuale? Anche i libri allora fanno la loro parte, mica solo internet e compagnia. Basta gironzolare per la provincia di Ragusa e trovarsi immersi in centinaia di riferimenti turistico-gastronomici al Montalbano di Camilleri, in uno straordinaria confusione tra testo letterario e set della serie interpretata da Zingaretti. Qualcosa che dal libro parte e al libro torna poi sotto forma di guida.

Marc Augé – d’altronde – ricorda che a largo di Marsiglia è possibile visitare la segreta del Conte di Montecristo, personaggio storicamente mai esistito, se non nell’opera d’appendice di Alexander Dumas. Un fenomeno ormai “antico”, dunque. Ed un altro caso di strepitosa volontaria (con)fusione tra reale e immaginario? leggi…

C’era una volta la realtà

2011 maggio 14
di Edoardo Poeta
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Lo dicevano che era una favola. Il principe, erede al trono d’Inghilterra, che impalma la Cenerentola, ovvero la borghese, Kate. E se la Rai ha propinato al suo pubblico da “Anche i ricchi piangono” una fiction sul matrimonio del secolo prima del fatidico sì, passato alla storia forse più per il bel sedere di Filippa “Pippa” Middleton che per il resto, in rete impazzano due scatti fotografici da fiaba. Un mago di fotoritocco e disegno ci ha messo delicatamente lo zampino e ha fatto “notare” come le immagini di William e consorte, così come quello di due partecipanti alla cerimonia, coincidessero esattamente con i fotogrammi del cartoon Disney “Cinderella”, vale a dire Cenerentola.

I patiti dei cartoni hanno avuto facile gioco ad indovinare che la giacca del principe di Cenerentola, quella vera – non Kate, era chiara e non rossa. Neanche il colore dei capelli dell’eroina di celluloide torna. Ma quel che conta in tutta questa faccenda – letteralmente esplosa in mezzo mondo a suon di condivisioni su Facebook – è la lettura che si suggerisce. La realtà ricalca la fiaba, il format del Royal Wedding è quello che si racconta nella favolistica disneyiana. Non quella europea – di marchio continentale – di Charles Perrault o dei fratelli Grimm. Infatti il ritocco delle immagini è stato solo cromatico, perché lo schema mentale – l’idea astratta – di reame è quello dei Windsor. Cenerentola è uscita il 14 febbraio 1950 e a quella stagione l’iconografia di casa Disney deve esser stata debitrice.

leggi…

Lingua nascosta

2011 maggio 13
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di Edoardo Poeta
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Sono in quattro. Una famigliola: due genitori, un bimbo ed una bimba. Nello spogliatoio della piscina parlano in italiano. E nella stessa lingua si rivolgono l’un l’altro, tra di loro. Ma l’accento, quell’accento là, è inequivocabile: vengono da qualche paese dell’Est europeo, forse proprio dalla Romania. Eppure si atteggiano, vestono e – soprattutto – parlano “come se” fossero italiani. E’ una strana sensazione quella che ti prende nell’ascoltare quella madre che magari si adira con il figlio e che istintivamente non usa la sua lingua. E’ la stessa che ti prende quando ascolti i due bambini rinfacciarsi qualche torto in italiano, anche quando noi stessi – presi dall’impeto della rabbia – magari scivoliamo nel dialetto. La nostra “lingua madre”.

Verrebbe da chiedergli il perché, ma poi un po’ di pudore te lo impedisce. La conclusione – forse banale – è che si stanno nascondendo. Un mascheramento così ben organizzato che pure i figli non sembrano aver mai ascoltato in casa propria la lingua delle loro origini. Qualcosa di cui magari chiunque serba se non orgoglio, almeno un dignitoso ricordo. Basta salire a bordo di una delle carrette del mare incagliatesi a Lampedusa per vedere a bordo – abbandonati nella fuga per la salvezza dalle onde del mare – resti di ricordi: foto con i cari lasciati per fuggire verso l’ignoto, diari, lettere, pezzi di vita insomma. Eppure queste persone si nascondono. Non riesco a farmene una ragione. Oppure preferisco non trovarla. Magari è meglio.

 

I baci di una volta

2011 aprile 4
di Edoardo Poeta
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On juge un homme à ses amis, un uomo si giudica dai suoi amici. Tradurre dal francese la frase attribuita a Flaubert dalla carta del Bacio Perugina non è stato difficilissimo neanche per me, studente il cui prof di francese ai tempi del ginnasio – un avvocato, e chissà perché mi sono capitati sempre avvocati come docenti – aveva attribuito la “maglia gialla” tra i più assenti alle lezioni. Eppure quella che fu la casa del “Carrarmato”, quel cioccolato straordinario che lo zio mi regalava – rigorosamente al latte – ogni volta che da bambino imboccavo al Caffé pieno di fumose sale di giocatori di carte, ha offerto ai romantici consumatori della sua celeberrima pralina alle nocciole una versione singolare.

“Ciascuno mostra quello che è dagli amici che ha”, si legge sul bigliettino n. 65 della serie Perugina. Frettolosa trasposizione? Lì per lì, mi era parso che le cose stessero nella sciatteria che colpisce ormai marchi blasonati, specie quando finiscono nelle mani di una multinazionale, come è toccato al cioccolato di Perugia da anni sotto l’ala della svizzera Nestlé. Ed invece non è così. Neanche si fosse affidato a Google traduzioni, dall’esito terribile, avrebbe fatto lo stesso. Il traduttore deve essersi fuso il cervello per trovare un’espressione che superasse l’ambiguità – superficiale, ma eventuale nella rapidissima lettura degli involucri dei Baci – di utilizzare la parola “uomo”. Mai fosse – devono aver pensato occhiuti tecnici di “comunicazione” – che si desse una lettura sessista: questo cioccolatino parla dei maschi! Ed allora ecco immolare il Francese sull’altare del commercialmente corretto al pari di quelle strepitose porcherie fatte all’Italiano con parole come “assessora”, per dire la donna assessore.

Nell’ambizione poliglotta che a volte si impadronisce di me – e dalla quale esco sempre con le ossa rotte, specie nella conversation – ho poi dato uno sguardo al resto del biglietto, che – forza delle multinazionali – vede la frasetta tradotta in altri idiomi. Ed ecco allora che in inglese si parla di “man”, cioè uomo, in tedesco pure, ma non in spagnolo: Cada uno muestra aquello que es de los amigos che tienes. Ora, per restar nella semantica, la parola “amici” all’epoca di Facebook (dove qualche frettoloso creatore di link ha fatto un pedissequo copia & incolla) diventa impegnativa se letta alla luce di Flaubert. Di Flaubert? In verità, una frase del genere l’ha scritta Joseph Conrad in Lord Jim, ma in una versione leggermente diversa, che mette di mezzo pure i nemici: On juge un homme sur ses ennemis aussi bien que sur ses amis.  Dell’autore di Madame Bovary neanche una traccia. Nella lingua che fu di Borges, il dribbling della Perugina poi è lo stesso che nella versione italiana del biglietto. Non so – nella mia ignoranza ispanica – se Uomo, come “essere umano”, appartiene a quel vocabolario. Di certo appartiene a quello italiano, quello autentico. Ma si sa, neanche i Baci sono più quelli di una volta…

Il verme della democrazia

2011 aprile 1
di Edoardo Poeta
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Annozero, Ballarò, Che tempo che fa. Perfino Exit. Non c’è trasmissione – ed anche prima di #raiuperunanotte – che non sia oggetto di dibattito in tempo reale su Twitter o Facebook. L’altra sera un mio contatto usava lo status update per scrivere semplicemente “Porro”, quindi “Rotondi” e via elencando chi, di volta in volta, era protagonista del programma tv. E giù, a seguire, una massa impressionante di commenti, botta e risposta e link di rimando. Il fenomeno, testimonia oggi l’Espresso (che ha il suo avamposto in questo campo con TvZap) con il pezzo di Alessandro Longo “Social tv rivoluzione in salotto”, non è che l’embrione di quella “social tv” già à la (home) page negli Stati Uniti. Ma da Londra arriva un interessante studio sulle conseguenze della visualizzazione dei commenti proprio sullo schermo grazie ad un nuovo strumento offerto dai broadcaster anglofoni: i “worm”, le esche, grafiche compilate con sondaggi live che condizionano in maniera decisiva le opinioni politiche degli spettatori.

Ma andiamo per ordine. Ed iniziamo dalla “social tv”. Lo spettatore si collega al sito – spesso sostenuto dalle stesse case televisive – e loggandosi per accedere a premi, servizi o giochi risolve uno dei problemi che assillano la televisione da sempre: sapere chi è che sta visualizzando la trasmissione. Il problema della ricerca disperata dell’audience, di quel simulacro che dovrebbe rappresentarla “ma non è” e non tanto dei reali spettatori (a tal proposito non dimentico mai un “vecchio” saggio di Ien Ang), è superato di fatto (basterà integrare nel telecomando del tv connesse al web i menu di questi siti e il gioco è fatto). Cambia pure la dimensione del salotto, quella modalità di consumo televisivo fotografata da tanta etnografia in virtù della quale la famiglia si ritrovava a discutere delle gaffe di Mike e delle risposte dei suoi concorrenti. Già adesso è così: il 42% degli italiani tra 18 e 24 – riferisce sempre Longo – usa la messaggistica istantanea per scambiar opinioni sui programmi televisivi. Popoli viola o anche semplici cultori del “dibattito” ben più maturi fanno lo stesso con i talk show di politica pop, creando su Twitter o Facebook una specie di salotto virtuale.

Ma la grande integrazione della rete con il flusso tv apre anche un altro fronte, dai risvolti imprevedibili se l’interazione inizia ad apparire sugli schermi. In senso fisico, di sovrimpressione. A rivelarlo è una ricerca sui “worm”, i “vermi vivi” o esche, della Royal Holloway della University of London e University of Bristol. Lo studio Social Influence in Televised Election Debates: A Potential Distortion of Democracy è stato pubblicato ieri. La metodologia del “verme” è usata per aiutare gli spettatori a valutare la risposta degli elettori ai temi discussi nei dibattiti elettorali, BBC, ITV, CNN ma anche emittenti di Australia e di Nuova Zelanda. Di che si tratta? Si prende un campione di indecisi – talora anche solo una dozzina – li si lascia guardare il dibattito e con una periferica esprimono la loro soddisfazione o insoddisfazione su quanto dice il candidato. La media delle risposte appare in sovrimpressione sulle immagini del confronto in diretta.

I ricercatori hanno volutamente taroccato i risultati dei sondaggi flash, sovrapponendoli ad un dibattito tra il primo ministro in carica ed il leader dei liberal-democratici Nick Clegg. Il risultato è evidente: leggi…

Coltano, frazione di Lampedusa

2011 marzo 31
di Edoardo Poeta
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A Coltano, frazione di Pisa, duecento persone – con tanto di trattori e relativi manifestanti incatenati – si sono schierate davanti alla vecchia base radar. Non volevano la tendopoli per i poveri diavoli evacuati da Lampedusa. Tutti assieme, invece che sparpagliati. Cumulati, insomma. Certo non come sull’isola “immolata” allo tsunami di migliaia di disperati con l’effetto di produrre una doppia comunicazione. Verso le coste nordafricane: “Non venite, vi lasciamo sul molo tra gli stenti”. E verso le lande elettorali padane: “Non andranno oltre la Sicilia”. Ora devono esser concentrati in un campo, perché “clandestini”.

Un reato talmente bizzarro da costringere la Procura di Agrigento a iscriverne ben duemila nel registro degli indagati con questa accusa. E per i processi? Alle calende greche: troppi imputati.  Ad esser perfidi si potrebbe insinuare che la prescrizione breve potrebbe risolvere il problema. E che poi qualcuno venga a dire che non c’è una strategia riformatrice. Ma lo stesso Alfano ha rivelato quale invece – ad esser seri – sarebbe la soluzione per la Giustizia,  ingolfata anche nel resto d’Italia: ha annunciato l’invio di più risorse umane, con distacchi temporanei nel tribunale agrigentino.

Frattanto dall’altro capo del mondo il ministro dell’Immigrazione e delle Comunità culturali del Québec, signora Kathleen Weil, ha invece lanciato una campagna web. Il titolo? “Toutes nos origines enrichissent le Québec”, tutte le nostre origini arricchiscono il Québec. «Abbiamo elaborato questa compagna – ha detto – con la convinzione che accogliere bene gli immigranti permette loro di impegnarsi a fondo nella nostra società e con la convinzione che noi, invece, abbiamo il dovere di “accompagnarli” nel miglior modo possibile». Insomma, non esattamente l’«Immigrati föra da i ball» del ministro italiota Umberto Bossi. Ma quello è il Canada, mica l’Italia. “Ha una densità di popolazione di 3,5 persone per chilometro quadrato” si dirà. Eppure i cosiddetti clandestini, nell’Europa a 27, non arrivano all’un per cento sul totale e nella Penisola ce ne sarebbero la metà di quelli nel Regno Unito (dati in pdf). E allora che dire di Cecilia Malmstrom, commissario Ue che avrebbe annunciato in Tunisia che l’Unione europea vuole aiutare concretamente i rifugiati?

Il punto, semmai, è che i migranti non sono presi in considerazione per la loro natura umana – e per le loro qualità personali. In Italia come in Francia (dove i respingimenti per lo meno avvengono tra Mentone e Ventimiglia), sono ormai oggetti e strumenti di comunicazione. Sui media italiani trovano maggiore spazio le minoranze giuridiche, immigrati e rifugiati (40,4%), rispetto a quelle sessuali, quali gay e transessuali (30,6%), a quelle religiose (12,3%) o etnoculturali come rom e sinti (8,9%). Il restante 1,2 % è per gli ex detenuti. I dati sono stati rilevati da Minorities stereotypes on media (Mister Media), un osservatorio che monitorerà 24 ore su 24 per un anno tutte le fonti di informazioni televisive e radiofoniche su iniziativa del Centro d’ascolto dell’informazione radiotelevisiva, in collaborazione con il dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale de “La Sapienza” di Roma. leggi…

Viva l’Italia

2011 marzo 16
di Edoardo Poeta
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“Purtroppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gli Italiani”. Il motto di Massimo D’Azeglio, anziché esser un’amara considerazione, oggi è insieme un’esortazione e una condizione della Nazione. A cantare le parole di Mameli – come fosse la Marsigliese, ma sono versi di un ventiduenne morto per difendere quella Repubblica romana del 1849 che della nostra Costituzione è matrice – scopriamo oggi un’eterogeneità di persone, che solo poco più d’un decennio fa mai avremmo immaginato con “Fratelli d’Italia” sulle labbra.

Un rimescolamento tra destra e sinistra, tra sud e nord, “italiani” ed immigrati.  Immagino bandiere tricolori sulla finestra di qualche famiglia pakistana e, paradossalmente, sono certo dello spregio del vessillo da parte di qualche trota leghista, ignara che più di 22o tra i Mille furono bergamaschi. E per continuare “a fare gli italiani” con una scuola pubblica, garanzia di libertà per tutti – ma proprio tutti,  sento ripetere le parole di Pietro Calamandrei. Un contrappunto a quelle di un capo del governo che, altro paradosso, oppone – in un conflitto eversivo – i valori della scuola statale a quelli delle famiglie, senza neanche rendersi conto del sorriso velato di chi – ascoltandolo – si vede scorrer davanti “L’educazione sentimentale” de “I Mostri” di Dino Risi. L’Italia è fatta, gli Italiani dobbiamo continuare a farli.

Ed allora – in una giornata nella quale si cercano parole per dare un senso alla Patria – c’è una frase che sono convinto sia interprete dello spirito nazionale e che, se mai  qualcuno la toccasse, merita di esser difesa strenuamente. Ed è questa, fondamentale per “fare gli Italiani” come processo instancabile:

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Viva l’Italia! Viva la Costituzione repubblicana! (E un po’ pure quella della Repubblica romana).

Chiamale se vuoi emozioni

2011 marzo 16
di Edoardo Poeta
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Rischieremmo tutti l’antinuclearismo emotivo. Dire “no” all’energia atomica dopo il dramma giapponese sarebbe – secondo i sempre più stralunati sostenitori dell’energia atomica – farsi prendere da un’irragionevole emozione. In fin dei conti, dicono, anche una diga idroelettrica che crolla o una centrale a gas che brucia sono catastrofi alla pari di Fukushima. Catastrofi, appunto. Nella drammaturgia greca erano l’improvvisa risoluzione dell’intreccio, la katastrophè. Trattandosi di teatro viene da sé che i colpi di scena improvvisi provocano emozioni, anche violente. Quindi una centrale nucleare che va verso la fusione per colpa di uno tsunami provoca emozione.

Non tutte le catastrofi, però, sono calamità. In latino calamus era lo stelo della biada e i contadini romani chiamavano calamitas una malattia del gambo delle spighe, che provocava un risultato simile a quello delle grandinate. Da lì usare calamità per rappresentare le sciagure che producono risultati prolungati nel tempo il passo era breve.

Il Vajont fu una catastrofe, ma non una calamità come Cernobil. L’amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti, si affanna a ripetere che in Giappone non ha retto allo tsunami una delle 52 centrali nucleari, le altre – grazie a Dio – stanno tutte bene. Ma anziché dimostrare che quella tecnologia è sicura, Conti dimostra, paradossalmente, che ne basta anche una sola di centrale per provocare radiazioni ed effetti destinati a durare nel tempo. Fukushima non solo è una catastrofe con i suoi morti e le sue esplosioni, è pure una calamità: Tokio è già contaminata. Il commissario Ue all’Energia, Gunther Oettinger, l’ha definita un’ “apocalisse”. Ma il ministro italiano all’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, chiede non nasca «neppure un allarmismo rispetto a una situazione eccezionale, una calamità che è stata definita un’apocalisse in un Paese ad altissimo rischio sismico».

Frattanto – forse perché all’estero sono meno freddi dei governanti italiani – la cancelliera Angela Merkel ha deciso di spegnere non due, ma ben sette centrali tedesche. Invece di chiedersi se sia impazzita, magari mettendo a rischio energetico un grande Paese – che da tempo invece investe nelle rinnovabili e nel risparmio energetico in vista di un abbandono graduale della tecnologia più pericolosa che si sia mai usata – i nuclearisti italici sogghignano: “Erano vecchie, anni ‘80, le nostre saranno di terza generazione”. Già, ma tutte le tecnologie invecchiano e l’imponderabile – quello che sta dietro a tutte catastrofi, altrimenti sarebbero tutte prevedibili e quindi non più tali – invece non invecchia mai. Se brucia una centrale termoelettrica i danni per l’atmosfera saranno certo destinati a durare anni. Ma se salta un impianto atomico si parla di secoli, mica di lustri. leggi…

Chi non fa il Governo, non fa l’amore

2011 febbraio 8
di Edoardo Poeta
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Lisistrata? No, Marleen Temmerman. La senatrice fiamminga, di fronte ai 240 giorni di trattative senza esito per dare un governo al Belgio, ha lanciato una proposta tranchante: sciopero del sesso delle donne dei politici impegnati nelle consultazioni. Fino a quando? Finché la crisi politica belga non sarà superata. Ma non è un’iniziativa femminista, di quelle “io sono mia e mi gestisco io” o “col dito, col dito…”. Pure tre maschietti – i mariti di Laurette Onkelinx, Joëlle Milquet e Caroline Gennez, le politiche impegnate nell’infinita mediazione – sono stati invitati all’astensione dal talamo nuziale. Un’iniziativa avventata? I sorrisetti non mancano, ma – diciamolo -  Marleen Temmerman fa la ginecologa,  qualche mezza idea deve esserle pur venuta.

L’ispirazione del gesto – messo in atto “per frustrazione”, a detta della stessa senatrice – viene dunque da una rilettura, in chiave moderna, della commedia di Aristofane, il grande autore del teatro della Grecia antica? Può darsi. Ma non può divenire per questo solo un vessillo delle “comuni origini europee”. E non tanto perché la senatrice è socialista, quindi  poco incline ad esaltazioni fideiste, o quasi, dell’Occidente e delle sue radici. Lo sciopero del “No governement, no sex” è stato infatti messo in pratica già in Kenya, Africa. Altro che “civiltà” ellenica.  Alcune donne – di fronte a una crisi politica che si protraeva, questo sì, alle calende greche – avevano proclamato lo sciopero del sesso. Un mese dopo, le cose erano andate a posto. Governo ok, il Paese in marcia. Accadrà lo stesso in Belgio? Vallo a capire. Certo è che – di fronte alla satiriasi politica che affligge ormai l’Italia – questo genere di leva potrebbe sbloccar qualcosa pure nel nostro Paese, che sta “fermo” come sostenuto da una donna italiana, la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia.

Lisistrata invece, di fronte a uomini delle poleis greche perennemente distratti dalla guerra,  convinse  le donne greche allo sciopero del sesso. La vicenda – uscita dall’arguzia di Aristofane – è gustosa, pur con qualche risvolto degno di menzione, come quello l’arrivo dell’araldo da Sparta afflitto da manifesto priapismo per astinenza. Alla fine – a forza di disertar il letto e sventolar le sue gioie sotto il naso degli uomini inani – la pace arrivò. Solo che il discorso pomposo e un po’ retorico di Lisistrata  al termine della commedia fu buttato in caciara del sesso forte con una serie di doppi sensi e allusioni erotici. “Fate l’amore, non fate la guerra”, insomma, ebbe da allora un discreto successo. Lo avrebbe poi proclamato Ovidio (Eroidi, XIII, 34), quindi  Bertrand Russel.

Oggi Marleen Temmerman, di fronte alla conflittualità che ha portato il Belgio ad una crisi senza precedenti e a probabili elezioni a primavera, sembra voler dire ai suoi connazionali: “Chi non fa il Governo, non fa l’amore”. Peccato però che – per noi Italiani, cittadini di una repubblica fondata sul lavoro e sulle canzonette – questo motto evochi il molleggiato Adriano Celentano: “Chi non lavora non fa l’amore!” cantava. Ma quella era la storia di uno che faceva il crumiro. Mica di uno che governava.
(Crumiro, non emiro: avete letto bene).

I leader non esistono più

2011 gennaio 27
di Edoardo Poeta
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C’è qualcosa di nuovo al mondo. Ed emerge dall’Egitto, quasi fosse un moderno limo del Nilo. La protesta che sta infiammando in queste ore le strade de Il Cairo ha infatti qualcosa di innovativo. Non è certo l’uso – e il conseguente oscuramento come da prassi autoritaria – di Twitter o Facebook, né l’apparente legame tra la rivolta tunisina e chi si ribella a Mubarak. Hicham Kassem, giornalista egiziano, a tal proposito è netto: «L’Egitto – dice – non è la Tunisia, nè a livello geografico, nè demografico, nè politico». Nella terra degli antichi Faraoni, sembra quasi un paradosso, il movimento dal basso – spontaneo, non convocato, nè controllato – non riesce ad avere un leader.

Oggi è rientrato in patria il premio Nobel per la pace 2005, Muhammad al-Barade’i, pronto a mettersi a capo della rivolta d’Egitto. Ma non sembra – dicono gli osservatori – riscuoter consensi tra i protagonisti della ribellione: intellettuali, studenti, disoccupati e pure poveri. Che manchi un vertice, lo avrebbero fiutato anche i Fratelli Musulmani, pronti a dare una loro “impronta”. Forse neanche questa organizzazione riesce a raccogliere unanimi consensi. E’ che gli smart mobs, le mobilitazioni fluide e spontanee, quelle che nascono dal basso per fenomeni di aggregazione degni dell’intelligenza delle formiche sembrano aver un’intrinseca difficoltà nel trovare un leader. In fondo anche in Albania non si stagliano dei netti capipopolo, in Tunisia chi ha ripreso il potere non è gradito da chi ha cacciato Zine El-Abidine Ben Ali.

Nella moderna società liquefattasi, il leader – non necessariamente colui che era al potere – è stato finora l’esempio, l’exemplum. Totale, integrale, da emulare grazie all’esposizione sul palcoscenico del video anche del suo retropalco personale, da abbracciare per somiglianza e insieme ammirazione. “Potessi far io quel che ha fatto o fa lui”. Lo stesso presidente del consiglio italiano aveva fatto ricorso, nella sua ascesa al potere, proprio a questo brodo di coltura – sobbollito dalla tv commerciale e dalla sua evoluzione in un format latente votato al reality – con “Una storia italiana”, libro fotografico sulla sua famiglia e sui suoi successi.”Chi”, cantore settimanale dell’Italia del gossip, le trasmissioni pomeridiane tutte incentrate nel frugar nel ripostiglio dei soliti (o insoliti) noti, erano sulla stessa lunghezza d’onda. leggi…

Adotta un romano

2010 dicembre 28
di Edoardo Poeta
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Vuoi visitare i musei del Comune di Roma? Adotta un romano. Lo spedisci al botteghino e, magari, facendogli acquistare i biglietti riesci pure a risparmiare un euro a ingresso. Il Campidoglio si è ridotto a comportarsi come i mercanti di Venezia – e Shakespeare non c’entra alcunché – che si racconta pratichino prezzi diversi in funzione dell’accento dell’avventore. A Roma nel 2011 sarà lo stesso. O quasi.

Dal 2 gennaio, infatti, se non hai un documento che attesti la tua residenza nella Capitale dovrai pagare un euro in più rispetto al prezzo del biglietto d’ingresso in uno dei 18 musei gestiti da Zètema. Non c’è scampo. Forse non si salveranno neanche i “Fedeli di Vitorchiano”, le guardie d’onore capitoline, che – seppur viterbesi – dal 1267 a oggi si fregiano del titolo Sum Vitorclanum castrum membrumque romanum. Hai voglia a dire che sono cives romani, quel che conta è la residenza. E così, anche loro, per risparmiar finiranno per cercare di “adottare” un cittadino romano.

D’altro canto di fronte al “progresso” non c’è barriera che tenga. «Sono assolutamente d’accordo – ha proclamato a Repubblica Umberto Broccoli, sovrintendente comunale di fronte al balzello su base residenziale – che il bene culturale produca reddito. E’ una sorta di grande rivoluzione liberale dove il bene non è più qualcosa da contemplare com’era nell’Ottocento, ma deve dare utile». Ora magari il bravo autore e conduttore radiofonico ha ragione di fronte a quei francesi che hanno arricciato il loro celeberrimo naso sciovinista all’idea del puzzo delle frites di McDonald’s al Louvre. D’altronde è giusto che i “beni” diano reddito. Ma qui c’è dell’altro. E “altro” che una rivoluzione liberale: c’è una discriminazione. Pure miope. Non ci vuol molto a scorgerla, a meno di essere – appunto – abbondanti in diottrie.

Qui tocca aprire il portafoglio, se si vuol vedere. Eccola allora l’era dell’accesso descritta dieci anni fa dall’economista Jeremy Rifkin? Ma in quella la gratuità era fattore chiave per la vendita di altri servizi. Qua lo sconto si fa su base residenziale. E dire che quello dell’Italia di dar maggior peso alla cultura rispetto al commercio era considerato un differenziale positivo rispetto agli Usa. Non dimenticherò mai quei giovanotti statunitensi ospiti dell’Archeoclub di fronte a un reperto dell’età del bronzo: «Quanti dollari vale?». Tra qualche anno, se l’unità di misura resisterà alle tempeste valutarie, i nostri chiederanno solo quanti euro costa un oinochoe.

Che la Capitale si stia chiudendo in una riedizione virtuale non delle Mura Aureliane, alla faccia di qualsivoglia 20 settembre, ma di un incipiente provincialismo è ormai palese: l’idea di far pagare una tassa a quanti, non romani, accedano al grande raccordo anulare è tutt’altro che tramontata. Chi paga, accede. Perfino su internet, metafora quasi metafisica del mondo parcellizzato di oggi, andrà sempre più così: la Federal communications commission statunitense non sembra infatti intenzionata a porre ostacoli alla pratica di far pagare l’accesso veloce alla Rete. E così si paventa un web di prima classe e un cyberspazio da suburra, per neoproletari digitali. Perché dunque non pure a Roma, dove sul discrimine tra romani e burini si è costruito un mondo?

D’altronde, ormai si monetizza tutto. A fine luglio fece eco per mezza Europa l’idea della Chiesa anglosassone di far pagare 25 euro per “accedere” alla visione del Papa . “Dobbiamo rientrare nei costi” si erano giustificati gli ideatori del balzello papalino. Ma non facevano discriminazioni sulla base della residenza. Discriminazioni non ne fanno – su fedeli e miscredenti – neanche i frati di Mantova, ribattezzati “frati posteggiatori”, che hanno deciso di affittare a 60 euro al mese il parcheggio davanti a San Francesco a chi deve andare in centro. Con buona pace di quelli che quel parcheggio avrebbero dovuto usare per andare alle funzioni religiose.

Sarà scontato, ma davvero sembra di aver imboccato la ruota del tempo in senso contrario. E doverci aspettare di ascoltare, al varco, qualcuno che ci reciti questo pezzo di copione: «Chi siete? [...] Cosa portate? [...] Sì, ma quanti siete? [...] Un fiorino!». Già, non ci resta che piangere.

Contratto sociale fai da te

2010 dicembre 23
di Edoardo Poeta
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Quando ho visto i miei figli appiccicare sull’armadio della cameretta quei due pezzi di carta, scritti fitti come pandette, ho temuto il peggio. Per un attimo ho vissuto con l’idea della secessione in casa: vedrai che adesso proclamano l’indipendenza della loro stanza dal resto dell’abitazione. Già computavo a mente la quota loro spettante – da recuperare da bussolotti e portamonete, se non addirittura dal libretto alla posta – per pulizie della stanza, riscaldamento e consumi energetici. Ed invece erano regole, non proclami. Stufi di litigar per ogni cosa, avevano concordato delle norme di convivenza.

Non so se preoccuparmi perché non danno segni di anarchismo o piuttosto gioire perché sono davvero imprevedibili rispetto al cliché del ragazzino ribelle e insofferente alle regole. Fatto sta che un peccato di ingenuità lo hanno commesso: alla prima controversia sull’interpretazione delle norme, si sono di nuovo accapigliati. Non nel merito, ma sulla fattispecie da applicare. Ci vorrebbe un giudice, che se lo trovassero.

Ma come? A dar retta ad una come Letizia Moratti, già ministro alla (d)istruzione (della scuola italiana), dovrebbero eleggerselo. «Noi siamo eletti dai cittadini e a loro rispondiamo. Purtroppo i giudici non sono eletti, non rispondono ai cittadini» ha detto il sindaco di Milano, dopo che il tribunale meneghino ha ribadito una regola arcaica, ma essenziale: pacta sunt servanda, i patti vanno rispettati. Anche se si stipulano con i Rom.

Essendo in due, i miei piccini potrebbero in effetti scegliersene uno – di giudice – d’amore e d’accordo. Si chiama “arbitrato” e, a parte qualche brutto incidente di percorso, in genere funziona. Se però si fosse più di due parti a dover indicare, magari a priori e in assenza di controversie, chi sarà il magistrato se ne vedrebbero delle belle. Infatti l’interpretazione del diritto, che da noi deve esser una regola scritta “prima”, a differenza degli Usa dove valgono pure le sentenze “precedenti” (e là i giudici se li eleggono), sarebbe lasciato alla maggioranza. Con buona pace delle minoranze. Anche etniche. Vediamo che decidono.

La crisi? Sarà colpa di Facebook

2010 novembre 13
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Che il Male fossero i social network c’era da aspettarselo. Il diavolo fu il rock, ora c’è chi vede la coda del Maligno tra i cavi di internet. D’altro canto il giallo di Avetrana si era aperto con la caccia tra le pagine di Facebook per chiudersi, in apparenza, con l’arresto di un contadino. E non era certo quello di Farmville. Tant’è che si velocemente tornati al circo pornografico delle vite in diretta e delle arene tra inesperti alla Giletti. Ma non si tratta, a proposito dei social network, solo della sindrome da inviati nell’Oriente Digitale – per costoro il web o è terra di meraviglie o di orribili misteri – che affligge chi fa comunicazione. I social network sono campo di pascolo – ed alibi – per un efficientismo fasullo.

Aziende medio grandi e – figurarsi, nella stagione del brunettismo di facciata, potevano mancare? – enti pubblici hanno iniziato a chiudere il rubinetto delle loro reti ai social network. “Distolgono dal lavoro”, “Diminuiscono la produttività” e via dicendo panzane (veri)simili. Tralascio, per carità di patria, il corifeo del “Facebook uccide” o fa commettere adulterio. Sarebbe un delirio. Qui parliamo di soldi, poco ci manca di prodotto interno lordo. Strano che ancora nessuno abbiano pensato ad accusare i social network del crollo italiano o della truffa dei subprime. Qui neanche discettiamo di proxy, firewall e amenità simili. Tecnologia? No i vertici delle imprese e degli enti intervengono su questo strumenti per interdire i pc aziendali dall’accesso a Facebook, Twitter, Friendfeed e via interconnettendo.

Lascio da parte del danno che si provocherebbe impedendo l’uso del telefono in azienda. Troppo evidente la simmetria con i social network per apparire ad alcuni manager che anche il caro vecchio apparecchio telefonico può essere fonte di distrazione e ozio. Impedissero ai dipendenti – pardon, alle risorse umane (in depauperamento cognitivo) – di chiamare i loro “contatti” personali, se conviene loro. Che dire della serendipità,  quel meccanismo che ti porta a scoprire cose nuove per caso, navigando o venendo “messo sulla strada” dalle comunità virtuali? Con le parole di “innovazione”, “formazione permanente” e “fare rete” la prossima volta i dirigenti potranno anche strozzarcisi. Figurarsi con il termine “clima organizzativo” (la notizia è vecchia e risaputa).

“I social network distraggono e non fanno lavorare!”. Vivendo in un mondo iperconnesso ed interconnesso capita però che se bloccano i social network sul pc del lavoro – in un accesso ed eccesso di efficientismo fasullo – il lavoratore accede – negli stacchetti tra un impegno e l’altro – a Facebook, Twitter eccetera col suo telefonino (vietare anche quello?). E ovviamente non per aggiornarsi per “lavoro”! leggi…

Untore per un giorno

2010 settembre 30
di Edoardo Poeta
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Per un giorno sono stato uno spammer. Sì, un imbrattatore di caselle email. Insomma uno di quei personaggi – assimilati (ingiustamente) agli hacker – che ti imballano la posta elettronica di improbabili offerte di Viagra, inviti a chat osée o a resettare il tuo conto Bancoposta, pure se sei uno che, alle Poste, non daresti in custodia neanche un cartolina senza francobollo. E sono stato, ignaro, tra gli spammer senza muovere un dito, né installare software sospetto o aver prestato il fianco, per scarsa difesa del mio pc, a qualche intruso nel computer. Ci ha infatti pensato il provider – forse per leggerezza – a farmi iscrivere, per una giornata, nella lista nera della Rete, nell’elenco dei reietti del web, quelli il cui indirizzo in rete viene additato con “dagli all’untore”.

«E vabbé, ma tu sei uno smanettone. Per forza ti capita». E no, cari: chiunque può provare la mia stessa ebbrezza. Neanche si deve sforzare, basta avere un abbonamento Adsl ad un qualsiasi fornitore che assegna “IP dinamici”. Tradotto: ogni volta che il modem si accende, nella maggior parte dei casi i vari fornitori internet ti appioppano un diverso numero di indirizzo – l’IP appunto – che serve ad identificarti nel web. Ebbene, il mio provider mi ha affibbiato ieri un indirizzo che figura nella lista nera di CBL, una sorta di banca dati per i “protestati” di internet. Liste di proscrizione che, tra l’altro, qualcuno vorrebbe estendere in maniera ancor più illiberale ad altri territori della rete. Ma questa è un’altra storia.

Torniamo alla giornata da spammer. Quale era la colpa associata al mio IP? Il 23 settembre, alle ore 16, era stato pizzicato in azione a quell’indirizzo Bobax spambot , in pratica un “verme” informatico che spara email a tutto spiano. Uno spammer automatizzato, insomma, di quelli che ti attacchi chissà come, forse anche per qualche eccesso di imprudenza. Indago un po’ e scopro che in quel giorno e a quell’ora nessun computer di casa era connesso alla rete. Poi, quando leggo che Bobax è una vecchia conoscenza degli esperti e  si impadronisce dei pc con Windows, mi vien da ridere a crepapelle: uso Linux, un sistema operativo che virus ed affini manco sa cosa siano. Figurarsi di Bobax, che usa il server di posta dei vecchi Windows! leggi…

Antifascista, col pedigree

2010 settembre 23
di Edoardo Poeta
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In questo mondo al contrario, dove avere qualcuno che fa un dossier su di te  ti fa sembrar parte del gotha della politica, spuntano dalla rete archivi con i quali (ri)costruirti un pedigree da antifascista. Si tratta del “Casellario politico centrale”, lo schedario degli oppositori politici dell’ordine costituito, che – grazie alla legislazione eccezionale del 1925 e del 1926 – si arricchì di parecchi fogli. A leggerlo online è quasi una Ellis Island dei soggetti invisi al Regime. Poco importa fossero o meno anarchici, repubblicani o socialisti: vi figurano  gente comune,  sbandati e pure le  minoranze etniche. Un’opera di dossieraggio oggi consultabile  via web nel catalogo pubblicato dall’Archivio centrale dello Stato.

E’ l’anagrafe delle persone pericolose per l’ordine e la sicurezza pubblica, nata però ben prima del Ventennio, in età crispina. E così ecco 1.525.89 fascicoli personali, con documenti tra il 1894 e il 1945. Ce n’è per tutti i gusti, dentro quei dossier: “note informative, relazioni, verbali di interrogatori, provvedimenti di polizia, indicazioni di iscrizione nella Rubrica di frontiera o nel Bollettino delle ricerche e spesso una scheda biografica che riporta sinteticamente e cronologicamente tutta l’attività dello schedato”. Quella che trovi via web è però solo l’indicazione degli estremi del fascicolo. Se per chi cerca radici “contro” può bastare, allo storico invece non resta che una visita all’archivio, qualora la busta contenga dell’altro oltre alla scarna schedatura. Ma anche solo sfogliare il catalogo, o leggere gli estremi – che so – della scheda di Alessandro Pertini o Pietro Calamandrei, ha un suo fascino. Figurarsi chi, risalendo nell’albero genealogico, trova le stimmati familiari del proprio antifascismo. Roba da pubblicare sul proprio profilo di Facebook o, se si è di opposta visione politica, da utilizzare magari per “infangare” qualche (ex)camerata (sebbene, ormai, l’epiteto “fascista” è considerato un insulto anche da chi meno te lo aspetti).

L’archivio però è anche un’arma a doppio taglio, foriera di cocenti delusioni. Chi ha in famiglia qualche bisnonno o nonno, ricordato nell’epica familiare come fiero oppositore di Mussolini ed accoliti (se non addirittura dei Savoia), e non lo dovesse trovare nell’anagrafe dei “rivoluzionari” online avrà un feroce dubbio da dissipare nell’animo. O l’illustre antenato era stato ammantato di luce non propria mentre in realtà se ne stava alquanto in penombra, oppure – e c’è da scommettere che più di qualcuno se ne dirà  convinto – l’oppositore di casa propria era così abile da sfuggire ai dossier della polizia politica. Se non addirittura agli archivisti di Stato, governo ladro.

L’altra faccia(ta) dell’ecologia

2010 settembre 22
di Edoardo Poeta
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Da quando sono cittadino di Stop the Fever City, una comunità virtuale di coscienza ambientale (quasi una Second Life contro l’effetto serra), ogni volta che mi lavo i denti mi sento rimordere la coscienza. Me l’hanno fatto notare proprio loro, i promotori dell’iniziativa per il risparmio di CO2: tenere il rubinetto aperto produce riscaldamento (globale), altro che acqua fresca. E che dire allora del riciclo degli scarti, dello spegnimento degli stand-by degli elettrodomestici o dello scrivere sull’altro lato dei fogli usati?

Ecco, proprio quest’ultimo gesto di responsabilità ambientale – ma anche conseguenza dei tagli alla Giustizia – rischia di riscaldare, per ben altre ragioni, le aule del Tribunale di Latina. E’ infatti accaduto che sulla bacheca del palazzo pontino siano apparsi degli atti “riciclati”. Sì, quelli affissi in pubblico sul fronte erano carteggi da pubblicare, nomi di imputati in un procedimento. Quindi atti pubblici, mentre – birichino lo scotch staccatosi dalla superficie del pannelo – dal retro dei fogli è spuntato ben altro. E tutt’altro che da pubblicare.

Stavolta – perché non è la prima volta – si è trattato di una richiesta di proroga per le  indagini preliminari, quindi coperte da segreto istruttorio, di un’inchiesta per estorsione nella quale sarebbe coinvolto un noto editore. A fine anno si era fatto di peggio: sull’altra facciata delle pubblicazioni erano addirittura spuntate delle intercettazioni. Pagine e pagine di trascrizioni scottanti su fatti di droga e altro ancora. Appartenevano al fascicolo di un processo in primo grado, ed erano lì in bella mostra. Bastava girare il foglio. leggi…